dimarts, 3 de novembre del 2026

Antonio Restori, Letteratura provenzale, Hoepli, 1981 (indice, capitolo 1)

(Manuali Hoepli)

Letteratura provenzale
del
D.r Antonio Restori
Professore titolare al Regio Liceo di Cremona.
Libero Docente di Letterature Romanze nella R. Università di Pavia.

Ulrico Hoepli
Editore-libraio della real casa
Milano
1891


Al professore
Gennaro Buonanno
Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona.

Al professore Gennaro Buonanno Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona.

(N. E. Este libro lo edito para mí y para poner online. Si lo publico como libro no llevará mis comentarios.)

Questo libretto non si dirige ai dotti romanisti, ma, secondo l'indole di questa collezione di Manuali, a quella parte di pubblico cólto che pure essendo profano a questi studi, ami di avere della letteratura provenzale un' idea più esatta e completa di quanto generalmente si abbia. Senonchè i monumenti di essa sono così sparsi per libri e riviste, e ancora in tanta parte inediti, che ho dovuto abbondare di citazioni e di rimandi; abbondare, s'intende, rispetto a quel che s'usa in un semplice Manuale; ma in generale - poichè ormai le lunghe note bibliografiche sono una falsa ricchezza che non inganna nessuno - mi son contentato di citare le opere che o sono di notevole importanza o, perchè recentissime, possono informare i lettori di tutto ciò che su l'argomento s'era stampato prima. Ho voluto insomma far cosa che non riesca discara nè agli studiosi nè ai dilettanti; mi sarò io invece allontanato e gli uni e gli altri? Non sarebbe un caso raro!
Comunque avvenga, tu, cólto e buon amico, sei stato testimone della fatica che quest'operetta mi costò, e spesso, nella tua qualità di bibliotecario, hai dato grande e intelligente aiuto alle molteplici mie ricerche. In te almeno, essa troverà un indulgente lettore: io te l'offro dunque, mosso da quel sentimento che, per i nostri figliuoli, ci spinge a cercare un padrino tra gli amici più stimati e più cari.

Cremona, marzo 1891.


Antonio Restori.


Indice.
(N. E. Las páginas no coinciden con este formato, no las pongo.)

Abbreviazioni più usate.

Capitolo I.


Provenzalisti antichi e moderni.
(Las Razos de trobar di Raimon Vidal - Lo Donatz proensals di Ugo Faidit. - Regles de trobar di Jaufré di Foxá. - Doctrina de compondre dictats.
- Doctrina de cort di Terramagnino da Pisa. - Las leys d'Amors di Guillem Molinier. - Cinquecentisti italiani studiosi del provenzale. - Giovanni de Notredame. - Antonio Bastero. - La Curne di Sainte-Palaye. - Raynouard,
Fauriel, Galvani, Milá y Fontanals. - Federico Diez. - I provenzalisti contemporanei.)

Capitolo II.


Lingua provenzale: confini e nomi. - La Provenza greco-romana: invasioni barbariche: il basso latino. - Primi documenti letterari.
(Confini e divisioni dialettali. Lengua romana, lengua d'oc, proensal, lemosí. - Il basso latino in Provenza. - Traccie del nuovo volgare.
- Primi documenti: Alba bilingue, Poema su Boezio. - Frammenti di Vite di Santi. - Un Noel e una Preghiera alla Vergine. - Poema su Alessandro. - Frammenti di un Evangelo in prosa.)

Capitolo III.


La lirica provenzale: sue origini. - La cavalleria e suoi rapporti con la lirica dei trovatori.

(Histriones e joculatores. - I trovatori: donde provengano; loro arte poetica. I giullari. - La cavalleria; origini e indole dell'amore cavalleresco. - Tecnica amorosa e poetica dei trovatori. - Canzone e serventese.
- Nota sulle principali forme liriche.)


Capitolo IV.

La lirica provenzale: i primi trovatori. - Periodo di splendore della poesia trovadorica.
(Guglielmo di Poitiers. - Eble II e Bernardo di Ventadorn. - Marcabru.
- Giaufredo Rudel. - Pietro d'Alvernia. - Pietro Rotgier. - Giraldo di Bornelh. - Guglielmo di Cabestaing. - Arnaldo Daniello. - Arnaldo di Mareuil. - Bertrando dal Bornio. - Pietro Vidal. - Folchetto di Marsiglia.
- Nota sui mecenati e cultori della poesia trovadorica.)


Capitolo V.

La lirica provenzale: sua decadenza. - Suoi influssi nelle letterature vicine.

(La Crociata contro gli Albigesi. - Gli ultimi trovatori. - L'accademia tolosana; sua origine e regole. - Influenza della poesia provenzale in Francia, in Castiglia, in Portogallo, in Catalogna e Aragona, in Germania. - I trovatori provenzali in Italia: Pietro Vidal, Gaucelmo Faidit, Rambaldo di Vaqueiras, Folchetto da Romans, Aimerico da Pegulhan, Ugo di San Circ, Guglielmo Figueira e altri. - Italiani che poetarono in provenzale: Manfredi Lancia, Pietro della Cavarana, Rambertino de' Buvalelli, Sordello, Nicoletto da Torino, Ferrarino da Ferrara, Lanfranco Cigala e altri. - Ultime traccie provenzali in Italia.)


Capitolo VI.

Letteratura profana: epica, bretone, classica. - Novelle, favole, storia.

(La poesia epica non è indigena in Provenza. - Poema franco-provenzale di Girart de Rossillon. - Fierabras. - Daurel e Beton. - Aigar e Maurin.
- Philomena. - Il Romanzo d'Arles. - Ciclo bretone: Jaufré, Blandin de Cornoalha, Guillem de la Barra. - Novelle: Flamenca e altre. - Favole esopiche. - Poemi storici: Chanso d'Antiocha, canzone della Crociata albigese, e altre. - Nota su poemi provenzali perduti.)


Capitolo VII.


Letteratura profana: scientifica, didattica e morale.

(Indole della scienza medievale. - Opere grammatiche, giuridiche, sulla caccia, botaniche e agrarie. - Calendarii e divinazione. - Lapidarii e bestiarii. - Scienze medico-chirurgiche. - Trattati di indole collettiva o enciclopedica: Tesoro, Breviario d'amore, Elucidario e altri. - Letteratura didattica: gli Insegnamenti. - Poesie allegoriche: Allegoria d'amore, Corte d'amore, Castel d'amore. - Opere, trattati, epistole su argomenti morali.)


Capitolo VIII.


Letteratura religiosa, biblica e narrativa.

(Versioni dal vecchio e nuovo Testamento. - Leggende evangeliche: Evangelium infantiae e di Nicodemo, la Fine del mondo, il Legno della croce, la Vindicta Salvatoris. - Poesie e prose riguardanti il culto della Vergine. - Vite diverse di Santi. - Leggende di Santi: Visioni di S. Patrizio, di Tundalo, di S. Paolo, Legenda aurea. Barlaam e Josaphat.)


Capitolo IX.


Letteratura religiosa, lirica e didattica. - Letteratura dramatica, sacra e profana.

(Canti religiosi. - Cantici su Maria, sullo Spirito Santo, sulla Risurrezione. - Parafrasi in poesia e in prosa di preghiere cristiane; versioni dei salmi.
- Opere didattiche: Prediche ed Omelie. - Dibattiti tra cattolici ed eretici. - Il Dottrinale, e libri catechistici. - Trattati valdesi in poesia e in prosa.
- La Danza della morte. - Origine ed indole del teatro medievale.
- Il Ludus stultorum. - Sposalizio di Maria Vergine. - I misteri della Natività, della Passione, di Santa Agnese. - Ludus sancti Jacobi.
- Cinque misteri brianzonesi. - Ultime traccie del teatro medievale.)


Capitolo X.


Cenni sulla storia letteraria provenzale dalla fine del secolo XV ai giorni nostri.

(La letteratura provenzale diventa vernacola: sua indole locale. - Poeti in dialetto nel Cinquecento; Pietro Goudouli. - Poeti del Seicento: Saboly e Daubasse. - Poesia nel Settecento; poesie del periodo della Rivoluzione. - Giacomo Jansemin e Giuseppe Roumanille. - Fondazione del félibrige: suo scopo, suoi caratteri. - Federico Mistral. - Félibres contemporanei.)


Abbreviazioni più usate.

Archiv. Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen. Hrsg. (herausgegeben) von Ludwig Herrig.

Biogr. - Les biographies des troubadours, avec introduction et notes, par Camille Chabaneau (Estr. dal tomo X della Hist. générale de Languedoc; Toulouse, Privat, 1885).

Chrest. - Chrestomathie provençale par Karl Bartsch.
(Si cita sempre la 3.a ediz. Elberfeld, 1875.)
(N. E. Ver la edición de Ramón Guimerá Lorente)

Rdlr, oppure Rev. des lan. rom. - Revue des langues romanes publiée par la Société pour l'étude des langues romanes. Montpellier et Paris.

Rom. - Romania: Recueil trimestriel consacré à l'étude des langues et des littératures romanes, par Paul Meyer et Gaston Paris. Paris, Vieweg.

Z., oppure Zeits. - Zeitschrift für romanische Philologie, hrsg. von
G. Gröber. Halle, Niemeyer.


Capitolo I.
Provenzalisti antichi e moderni.

§ 1. La lingua provenzale ebbe già dal XIII secolo grammatiche e glossarii e perfino rimarii. Nè ciò farà meraviglia quando si pensi che la letteratura di Provenza, già decadente nella sua patria, s'era allargata oltre i Pirenei e al di qua delle Alpi; e certo pei Catalani e per gli Italiani non erano inutili tali guide grammaticali e poetiche. Nella prima metà del secolo XIII, il poeta Raimon Vidal di Bezaudun o Besalu, nel settentrione della Catalogna, forse alla corte di Pietro II d'Aragona, scrisse un trattato di grammatica in servizio della poetica. S'intitola: Las Razos de trobar. Incomincia a stabilire che le regole della retta dizione son date, a preferenza delle altre regioni provenzali, dal Limosino; perchè, dice l'autore, “tuit li home qi en aqella terra sunt nat ni norit han la parladura natural e drecha..., et per aizo sun en major autoritat li cantar de la parladura de Lemozi que de negun' autra lenga.”
Passa poi a parlare delle varie parti del discorso, notando specialmente in che abbiano errato molti de' trovatori antecedenti, sia per obbedire alle esigenze della rima, sia trascinati da abitudini dialettali. La importanza di siffatte indicazioni non è chi non vegga; ma ragion vuole che delle Razos si lodi anche la forma spigliata e varia, assai meno rigidamente stretta allo schema delle grammatiche latine medioevali che non tutte l'opere seguenti dello stesso genere. (1 : Razos. L. Biadene: Las Rasos e lo Donatz, in: Studi di fil. rom., fasci. III (1885), pag. 336-402.)

§ 2. Il lavoro di Raimon Vidal ebbe assai voga in Provenza, in Catalogna e fu conosciuto anche in Italia. Le Leys d'Amors, (v. § 5) lo nominano e discutono talora alcune delle sue affermazioni; e della sua diffusione vedremo più innanzi altre prove. Ebbe invece molto minor fama una grammatichetta provenzale di un certo Ugo Faidit. Siccome nelle scuole latine medioevali erano di grande uso l'Ars gramatica e l'Ars minor del grammatico Donato, il Faidit seguendo specialmente le traccie della Ars minor, intitolò la sua: Lo Donatz proensals. L'operetta, che ha press'a poco le stesse proporzioni delle Razos, è pure in prosa, e assai più arida e pedantesca. Si limita quasi solamente alle questioni grammaticali.
Essa è anteriore all'anno 1246, e sebbene il nome dell'autore mostri ch'egli non era italiano fu composta certamente in Italia, per compiacere (come dice l'autore) alle preghiere di due signori italiani, Iacopo da Morra e Corraduccio da Sterleto, entrambi noti per documenti storici.
Il conte di Sterleto è nominato in un contratto del 1243; il da Morra prese parte attivissima nelle vicende politiche del regno di Federico II tra il 1239 e il 1247. Alcuni manoscritti che contengono il Donatz proensals ne dànno anche una traduzione in latino. Una traduzione italiana ancora inedita, un po' in compendio, ne fece per suo uso il noto storico Benedetto Varchi. Il Donatz del resto non fu conosciuto affatto fuori d'Italia, mentre più che le Razos, seguitò ad essere conosciuto dai provenzalisti italiani dei secoli XVI e XVII.
(1 : Donatz. V. nota paragrafo precedente.
Ugo Faidit, Il Gröeber [Z. VIII, 113-17 e 290] credeva autore del Donatz Ugo de Sant Circ, il prof. P. Merlo [Giornale stor. d. lett. ital., II, 1-27, III, 218-21 e 398-400, IV, 203] Gaucelm Faidit. Il Biadene sciolse la questione. (N. E. Ugo de Sant Circ = Uc Faidit : expulsat, exiliat)
Jac. da Morra e Corr. da Sterleto. C. Frati: Appunti dai Regesti di Innocenzo IV in: Propugnatore, a. 1889, p. 165-83.)

§ 3. Le Razos di Raimon Vidal trovarono un imitatore, o meglio un seguitatore nel catalano Jaufrè de Foxá. Egli era dapprima monaco francescano; poi nel 1275 passò monaco benedettino nel convento di
S. Felice di Guixols presso Gerona. Nelle vicinanze di Gerona è pure Foxá o Foixá patria di lui. Non è improbabile che siano anche sue tre poesie religiose attribuite a un Monaco di Foissan, il quale si qualifica come frate minore: esse sarebbero perciò anteriori al 1275. L'operetta grammaticale e didattica di Jaufrè s'intitola: Regles de trobar; fu scritta per domanda di Giacomo re di Sicilia; ciò permette di porre tra il 1286 e il 1299 la composizione dell'opera, ma non possiamo dire se l'autore scrivesse in Sicilia oin Catalogna. Il suo libretto, come egli stesso afferma, è un seguito dell'opera di R. Vidal, ma steso secondo un piano abbastanza imperfetto e con osservazioni molto elementari, e però poco istruttive. Anche la lingua sebbene Jaufré si sforzi di assimilarla al pretto provenzale, è fortemente catalanizzata. (N. E. JA JA JA! diría Bastero)
Un breve trattatello in prosa di arte poetica, che forse non è che il compendio di opera più vasta ora perduta, è la Doctrina de compondre dictats (comporre poesie) di anonimo autore. Consta di 34 brevi articoli, coi quali si può, dice l'autore, leugerament (facilmente) venir a perfeccio de la art de trobar. Ma in realtà essi non sono che una esposizione precisa sì (N. E. òc), ma del tutto sommaria, di sedici diversi generi di poesie. Circa la composizione dell'operetta può dirsi solamente che ella con tutta probabilità è anteriore alle Leys d'Amors. (N. E. com La Barca)
Un'altra Arte poetica, o meglio un frammento di essa, conservato da un manoscritto vaticano, appartiene al secolo XIII. Essa pure, era in prosa, ma corredata di copiosi esempi poetici tolti specialmente dalle poesie di Ugo de Saint Circ. (1 : Regles de Trobar. P. Meyer, Romania, IX, 51. Su Jaufré de Foxá, in: Romania, X, 323, A. Thomas.
Docirina de comp (Doctrina de Cort o d'acord). dictats. P. Meyer, Romania, VI, 355.
Arte poetica. E. Monaci, Facs. di ant. Mss., 3-4.)
(N. E. Este autor o el editor está muy despistado ya al comienzo del libro)

§ 4. Opera d'un italiano è la Doctrina de cort, scritta da Gerolamo Terramagnino da Pisa, del quale abbiamo anche un sonetto rinterzato italiano, edito nella Storia della volgar poesia dal Crescimbeni (III 57). L'opera del nostro compatriota non dimostra in lui molta originalità e neppur molta conoscenza di grammatica. Egli si è limitato a mettere in versi provenzali, vacillanti nel metro e a rime accoppiate, le Razos de trobar di Raimondo Vidal, le quali egli segue passo a passo, senza peraltro nominarle. Tutta l'originalità sua consiste nella scelta degli esempi, che non sono mai quelli del suo modello. Anche questa scelta è poco felice, perchè talvolta l'esempio non conviene affatto con la regola grammaticale ch'ei vuole illustrare, ma è preziosa per noi perchè talora egli cita poesie a noi ignote di trovatori noti, e anche ci ha conservato il nome di un trovatore, Andrians del Palais, che altrimenti sarebbe del tutto sconosciuto. La Doctrina de Cort si può ritenere scritta tra il 1250 e il 1282, e forse più presso quest'ultima data che all'altra; e come opera letteraria e poetica non ha molto più valore di quanto n'abbia pel lato grammaticale. La lingua provenzale in Italia sulla fine del secolo XIII, e nella prima metà del seguente, ebbe ben altri cultori e conoscitori che il nostro Terramagnino! E, senza anticipare quanto dovremo dire altrove intorno all'efficacia della poesia di Provenza sulla nostra, ci sia lecito ricordare i nomi di Dante e di Petrarca, studiosi e amantissimi di quella letteratura. (1 : Doctr. de cort. E. Monaci, Testi ant. prov., Roma, 1888, pag. 6-21. Cfr. su Terramagnino. O. Schultz, in Z. XII, p. 262.)
(N. E. Ernesto Monaci, testi antichi provenzali, éd. Ramón Guimerá Lorente. Me falta Boccaccio en estos studiosi.)

§ 5. Appunto nel secolo XIV, in che con tanto amore la si studiava qui da noi, essa nella sua patria era colpita, per cause che studieremo più innanzi, da precoce decadenza. Ad arrestare la quale e a tentare di far rifiorire il buon tempo antico, si instituì in Tolosa nel 1324 la compagnia della Gaya sciensa, specie d'Accademia letteraria della quale dovremo riparlare più a lungo. Qui basti il dire che il segretario o cancelliere di essa Guillem Molinier ebbe l'incarico di comporre una Arte poetica completa, che fosse come il Codice della buona poesia. Il suo libro in prosa mista di poesia porta il titolo di Flors del gay saber (Fiore di poesia) o più comunemente Las Leys d'Amors o leggi d'amore; frase in cui la parola Amor ha da essere intesa in tutta la vasta comprensione filosofica e letteraria che il medioevo le attribuiva. La ponderosa opera fu compiuta verso il 1350 ed è divisa in tre parti: grammatica, metrica e retorica. L'ordine è rigorosamente serbato in ogni particolare: abbondano le divisioni e le suddivisioni tanto care alla scolastica, il che ne rende greve la lettura; ma è opera senza la quale non si intenderebbe pienamente la complicata elaboratissima tecnica della poesia provenzale.
(N. E. Pues Guillermico de Poitiers o Peiteus no la leyó, y bien que sabía componer, como su bisnieto Alfonso II de Aragón.)
La definizione ed esposizione dei vari generi poetici, delle varie forme metriche, delle incatenature delle rime, sono per noi aiuti preziosi alla piena intelligenza della poesia trovadorica. Delle Leys d'Amors si conservano due redazioni, di cui la prima nell'Archivio dell'Accademia dei giochi florali a Tolosa, pare essere l'abbozzo o il primo disegno, mentre la seconda, nello stesso Archivio e in quello di Barcellona, ci dà l'opera completa e limata (N. E. como haría Bofarull). Inutile il dire che essa non valse punto ad arrestare la poesia di Provenza nella sua parabola discendente.
La quale parabola verso la fine del 300 (N. E. fin de 1300) e nel secolo seguente, sempre più e più velocemente precipitò al basso, quando nella Provenza stessa al gusto classico e tradizionale cominciò a prevalere il gusto e lo spirito francese che più o meno dominava allora in tutte le letterature romanze (N. E. este hombre no conocía ni la literatura ni  la historia valenciana). In Italia la poesia aveva già trovato la sua via e sempre più si staccava dal suo primiero modello; in Catalogna invece la tradizione e la scuola provenzale continuarono, ed ebbero, nel secolo XV con Ausias March (N. E. Ausiàs March, valenciano) un periodo di vivo splendore:
ma di un'importanza del tutto regionale. La gloriosa letteratura di Provenza giacque obliata, e i documenti di essa in gran parte, andarono irreparabilmente perduti, in parte rimasero celati e polverosi nei più dimenticati scaffali delle biblioteche. (1: Leys d'Amors. Gatien-Arnoult, Monuments de la litt. romane. Toulouse, 1841, vol. I-III. Sull'Accademia tolosana. Chabaneau. Hist. générale du Languedoc, X.)
(N. E. Languedoc : langue d'òc, oc, och, hoc : sí afirmativo, como se usaba en 1505 en Barcelona, siglo XVI, 16 para las víctimas del Tomàtic, y aún se usa dentro de Cataluenha, en la vall d'Aran, Vielha : vella : vieja.)

§ 6. La gloria d'avere scosso un così ingiusto oblio è per molta parte italiana. Qui non si era mai perduta del tutto la memoria dei benefici che la poesia di Provenza aveva recato alla nostra; la tradizione letteraria, non foss'altro nella scuola dei Petrarchisti, non potea dimenticare i trovatori, primi maestri d'amore alle rinnovate genti latine. E però molti dei migliori nostri del cinquecento indagarono e conobbero assai più che non si creda la vecchia letteratura provenzale. Forse neppure adesso sono in Italia tanti conoscitori di essa, quanti ce ne furono nella prima metà di quel secolo. Nè solamente il numero loro, ma anche il metodo delle ricerche, è senza contestazione lodevole e buono. Nomineremo Mario Equicola (1460-1539) il quale nel Libro de natura de Amore
(1.a ediz. 1525) fece un buon quadro della poesia trovadorica, giovandosi di fonti ora in parte perdute. Non meno degni di menzione sono il cardinale Pietro Bembo (1470-1547) e Angelo Colocci (1467-1549) il qual'ultimo amorosamente raccolse molti preziosi manoscritti neo-latini. Il Vellutello pure nelle sue Annotazioni ai sonetti del Petrarca (1.a ediz. 1525) e lo storico Benedetto Varchi (1502-1565) nel suo dialogo dell'Ercolano (1.a ediz. 1570) mostrano una allora non comune conoscenza della poesia provenzale. E tra i moltissimi studiosi delle due letterature di Francia appare da varie testimonianze che fossero Gian Vincenzo Pinelli, Jacopo Corbinelli, Domenico Veniero, il Cariteo, il Summonte, il Casassagia e forse anche il generoso protettore di letterati italiani, Alfonso Davalos (m. 1546) insigne uomo di guerra e luogotenente di Carlo V in Italia. A lui furono inviati un Vocabolario provenzale italiano e probabilmente un Trattatello di fonetica provenzale composti, specialmente il secondo, con abbastanza cura e diligenza da Onorato Drago. Ma su tutti, la lode maggiore va data al modenese Gian Maria Barbieri (1519-1574). Egli imparò, si può dire da sè, e assai profondamente la lingua e la letteratura dei trovatori ed iniziò a questi studi Ludovico Castelvetro, modenese anch'egli, e tra i più acuti intelletti di quel secolo. Il Barbieri, disgraziatamente, aveva concepito per l'opera ch'egli meditava sulla storia della poesia, un piano troppo vasto. Dei materiali da lui raccolti rimase una parte che fu pubblicata solo nel 1790 dal Tiraboschi, col titolo di Origine della poesia rimata. Parlando ivi della poesia di Provenza, mostra tante cognizioni e tal sicurezza di metodo che a buon diritto si potè dire ch'ei pare un provenzalista moderno. Dal punto a cui egli era arrivato, con breve sforzo si sarebbe giunti alla pienezza e sicurezza del metodo comparativo, se la fiorente letteratura cinquecentista avesse potuto liberamente seguitare nel suo svolgimento; molte cagioni l'arrestarono, non ultima delle quali, la reazione religiosa che - com'ebbe a dire il Rajna - mise in ceppi una civiltà quasi adulta e la ridusse colle torture alla imbecillità. (1 : Sui codici usufruiti dall' Equicola, Bembo, Colocci. Cfr. in Romania, XVIII. De Lollis. Sui loro studi provenzali: V. Cian. Un decennio di M. P. Bembo, Torino, 1885, capit. VIII. Sul Corbinelli e altri: V. Crescini. Lettere di I. Corb., in: Giorn. stor. d. lett. ital., II, 303-33. Sui mss. di provenzalisti italiani e francesi, preziose indicazioni in: Chabaneau, Sur quelques Mss. prov. perdus ou égarés, in: Rdlr. XXI-XXVIII. Fonetica e Vocab. del Drago: P. Rajna, in Giorn. di Fil. rom. N. 7. Per G. M. Barbieri, A. Mussafia, Ueber d. prov. Liederhands, des G. M. B., Wien, 1876.)

§ 7. La Francia era assai meno preparata dell'Italia alla intelligenza della sua stessa antica letteratura. Ebbe una grande voga, ma del tutto immeritata, uno strano libro di Giovanni de Notredame, procuratore alla corte del Parlamento di Provenza, morto nel 1590, degno fratello di quel Michele Nostradamus che fece il profeta e il mago in pieno secolo XVI.
Il libro è intitolato: Vies des plus celebres et anciens poètes provensaux
(1.a edizione: Lione, Marsilij, 1575). Certamente il Notredame vide e studiò molti canzonieri provenzali, ma il risultato dei suoi studi, ora per non aver capito i testi, ora per intenti suoi particolari, così fattamente confuse ed alterò, che si può dire aver egli fatto opera più da romanziere che da storico. E nemmeno da romanziere onesto: poichè dove gli mancarono i documenti autentici non si peritò di pubblicarne dei falsificati, sicchè i migliori dei provenzalisti moderni s'accordano nel chiamarlo un falsario impudente. (N. E. Me recuerda a Javier Giralt Latorre, Ignacio Sorolla Vidal y algún ascumita.)
E tuttavia solo la critica moderna ha ridotto al giusto loro valore le affermazioni del procuratore menzognero; per allora il suo libro fece autorità e il nostro Giovan Maria Crescimbeni (1663-1728) nei suoi lodati Commentarii intorno alla storia della volgar poesia (1.a ediz. 1710, vol. 2, p.te 1.a) lo tradusse (1) e vi pose alcune giunte e alcuni esempi di poesie provenzali di cui il testo e la traduzione, fattane dal Salvini, lasciano a desiderare. Prima del Crescimbeni s'era occupato di cose provenzali quel vasto e acuto ingegno di Francesco Redi (1626-98) come appare dai suoi Commentari al Bacco in Toscana (1.a ediz. 1685).
(1 : Nostradamus. Cfr. Monaci, Testi ant. prov., XIII. Prima del Crescimbeni ci fu una traduz. ital. di Giov. Giudici: Le vite delli più celebri, ecc. Lione, 1575.)

La Crusca Provenzale di Antonio Bastero

Procedendo nel secolo XVIII, troviamo lavori più importanti e interessanti. Un catalano D. Antonio Bastero, canonico di Girona, trovandosi in Roma per affari ecclesiastici, ebbe agio di studiare i manoscritti provenzali della Vaticana; vide poi anche a Firenze i canzonieri della Laurenziana ed altri. Frutto delle sue ricerche fu una curiosa opera di cui solamente egli scrisse e pubblicò il primo volume in Roma nel 1724, col titolo: La "Crusca Provenzale” ovvero le voci, frasi, forme e maniere di dire, che la gentilissima e celebre lingua toscana ha preso dal provenzale, arrichite ed illustrate, ecc... Il titolo da solo mostra sotto quale aspetto affatto arbitrario il Bastero componesse il suo libro, dopo tutto assai commendevole; e siccome poi non gli era sfuggita la stretta affinità che è tra il catalano e il provenzale, e quello credeva essere il volgare più antico, in realtà veniva a glorificare la propria lingua. (N. E. “... antica Gramatica Provenzale, o Catalana, ch' è tutt' uno”. Habla del Donatus provincialis, lo donatz proensal.)
Anche in Francia molti cominciavano a interessarsi della letteratura medioevale di Provenza. Ma sopra tutti è degno di menzione Giovan Battista La Curne de Sainte-Palaye (1697-1784). Superando difficoltà e disagi non lievi egli indagò i manoscritti di Francia e due volte scese in Italia ricercando i codici di Roma, di Milano, di Firenze e di Modena, trascrivendo, confrontando, annotando. Quindici volumi di composizioni provenzali trascritte con le varianti dei diversi manoscritti, altri otto che contengono queste poesie in parte tradotte e registrate in un indice e inoltre un glossario, varie tavole e numerose note, fanno testimonianza della sua operosità. Delle sue fatiche egli non potè cogliere il frutto; il materiale da lui messo insieme fu utilizzato da un altro, l'abate Millot che pubblicò nel 1774 una Histoire littéraire des troubadours, senza conoscere sillaba di provenzale. Ciò deve metterci in guardia contro le idee e i travestimenti che il Millot appose alla antica poesia, pur rimanendo ottimo il materiale di cui egli disponeva. (1 : Riscontri e indicazioni in: Bauquier, Les provençalistes du XVIII s., in Rdlr. a. 1880, (serie terza).)

§ 8. Il nostro secolo comincia con un illustre nome: quello di Francesco Raynouard (1761-1836). Egli dal 1816 al 1821 pubblicò uno Choix des poésies originales des troubadours in sei grossi volumi, e più tardi, dal 1838 al 1844, pure in sei volumi, il Lexique roman.
(N. E. Ambos editados por mí, Ramón Guimerá Lorente, y disponibles online y en Amazon.)
I concetti storici e il sistema generale del Raynouard sono stati dimostrati erronei, ma i copiosi materiali sia letterarii sia lessicali da lui raccolti sono di un indiscutibile valore. Frattanto nel 1819 a Tolosa, un ammiraglio in ritiro, Rochegude, pubblicava un'altra raccolta di poesie trovadoriche col titolo di Parnasse occitanien facendola seguire da un Essai d'un glossaire occitanien, che fu il primo tentativo di lessicografia provenzale. (N. E. Edité el libro, pero no el glosario, que es interesante.)
Questo fu poi oscurato dal grande Lexique del Raynouard, già accennato, che rimane ancora la base necessaria di ogni studio lessicale occitanico.
Maggior ingegno e fama dei già accennati ebbe Claudio Fauriel (1772-1844) facondo professore della Facoltà di lettere di Parigi. Egli svolse ivi nel 1831-1832 un corso sulla storia della letteratura provenzale pubblicato nel 1846, morto il Fauriel, da Giulio Mohl col titolo di Histoire de la poésie provençale. Le lezioni del Fauriel sono attraentissime per la forma, per le vedute nuove e le intuizioni sempre geniali, se non sempre esatte: ma, scientificamente parlando, da non accogliersi se non con le maggiori cautele. La mancanza assoluta di metodo infirma quasi tutte le conclusioni che il Fauriel credette di poter trarre dai suoi studi; egli è più artista che critico.
Quasi altrettanto si può dire del nostro Giovanni Galvani, modenese, che pubblicò a Modena nel 1829 alcune sue Osservazioni sulla poesia de' trovatori e a Milano nel 1845 un Fiore di Storia letteraria e cavalleresca della Occitania, che rimase incompiuto. Entrambe le opere sono ancora degne d'esser lette e, con qualche riguardo, studiate. La via del vero rigore scientifico nello studio dei fatti e nelle deduzioni generali era bene allora conosciuta e seguita, come vedremo, dal Diez in Germania; ma degli studi tedeschi il Galvani non ebbe sentore. (1 : Scrisse sui trovatori (a Este) il Cavedoni, pure modenese, in Memorie R. Accad. di Modena, II, 128.)
Anche in Ispagna procedette dal Raynouard e dal Fauriel, un eminente provenzalista, Don Manuel Milà y Fontanals (1818-1884). Egli stesso confessava d'aver conosciuto solo tardi e in modo incompiuto i libri del Diez; ma dotato di natura veramente critica, trovò da sè la via esatta, ed il suo libro Delos trovadores en España pubblicato a Barcellona nel 1861 è ancora il miglior contributo che la Spagna abbia dato a questi studi.

§ 9. In Germania i semi gettati dal Raynouard e dal Rochegude dovevano fruttificare abbondantemente. Il libretto di Augusto Guglielmo Schlegel (1767-1845) Observations sur la langue et la littérature provençales, edito a Parigi nel 1818, prova soltanto l'interesse destato dalle pubblicazioni del Raynouard. Poco dopo, nel 1825, usciva in Berlino un libretto Sulle Corti d'Amore, di Federico Diez (1794-1876) il grande restauratore di questi studi. (1 : Sul Diez: U. A. Canello: Il prof. Fr. Diez e la fil. rom. nel nostro sec. Firenze, 1872. Biografie tedesche e francesi enumerate in: Körting, I, 167.)
Il libretto doveva essere la prima parte di un opera più vasta, ma non ebbe altro seguito. Importanza capitale ebbero invece due altre opere del Diez, uscite a breve intervallo a Zwikau, l'una nel 1826, l'altra nel 1829. La prima, intitolata La poesia dei trovatori, tratteggia in modo magistrale la storia di essa poesia, determinandone il contenuto e la forma, e ricercando quanta e quale efficacia ell'abbia avuto sulle letterature vicine. La seconda, Vite ed opere dei trovatori, indaga la vita dei singoli trovatori, analizzandone e traducendone le poesie più importanti. Il Diez instaurò anche gli studi grammaticali e lessicali con la sua Grammatica comparata delle lingue neo-latine (1.a ediz. 1836) e col Dizionario etimologico delle lingue romanze (1.a ediz. 1853). La scuola del Diez fu centro cui accorsero d'ogni parte gli amatori della filologia romanza, e di là per mezzo loro se ne sparse in ogni parte d'Europa il culto e lo studio. Ora pur troppo la fitta schiera degli scolari del Diez comincia a diradarsi.
Tra i migliori e più attivi furono :
Carlo Bartsch (1832-1888) professore a Heidelberg (1 : Collezione: Denkmäler der prov. Litt. Stuttgart, 1856; storia letteraria: Grundriss der Gesch. der Prov. Litt. Elberfeld, 1872. Lista delle sue opere in: Körting, I, 173 e Register, 6-7.) (N. E. Véase la Chrestomathie provençale, 1904, sexta edición, por Ramón Guimerá Lorente. Oc, eu suy.)
e Ugo Angelo Canello (1848-1883) professore a Padova, le cui opere avrò occasione e necessità di citare in appresso: il Delius cui dobbiamo una raccolta di Canti inediti provenzali (Bonn 1853) e il Mahn (1802-1887) che raccolse: Le opere dei trovatori (vol. 4. Berlino 1853-86), Le poesie dei trovatori Berlino 1856-73, vol. 4, non compiuta), voluminose e piene di materiali ma un po' incerte nell' ordinamento.
Dei viventi, poichè il grande numero mi obbliga a immeritate esclusioni, non accenno qui se non coloro che pubblicarono lavori d'indole generale, i quali sono quasi il seguito e il complemento delle collezioni del Raynouard. E innanzi tutti “à tout seigneur tout honneur” va il nome di Paolo Meyer (n. 1840) professore al collegio di Francia e all'École des Chartes a Parigi, indefesso illustratore della letteratura provenzale.
Oltre a un numero grande di pubblicazioni parziali che citeremo al luogo loro, dobbiamo a lui: 1.° uno studio sui “Derniers troubadours de la Provence” (Paris 1871); 2.° “Recueil d'anciens textes bas-latins provençaux et français” (Paris 1877) e uno “De l'influence des troubadours sur la poésie des peuples romans” nella Romania del 1877. Camillo Chabaneau ha pubblicato molte cose provenzali inedite nella Revue des langues romanes (confr. vol. XX, XXVIII, XXXII, ecc.) di cui è dei più attivi collaboratori, e a lui si deve pure la più completa edizione delle Biografie dei trovatori (Tolosa 1885). In Germania le raccolte sono assai numerose. Le più voluminose sono le già citate del Mahn; nel 1883 ad Halle il professore Hermann Suchier pubblicava una raccolta intitolata, quasi come la già citata del Bartsch, Monumenti della lingua e letteratura provenzale. Nel 1888 il prof. Ernesto Monaci in una piccola scelta di “Testi antichi provenzali” (Roma, Loescher) (N. E. éd. Ramón Guimerá Lorente) dava, oltre a copiosi cenni bibliografici, un buon numero di liriche attinenti a cose italiane. Poco tempo fa, (Lipsia 1890) Carlo Appel, col titolo Cose inedite provenzali pubblicava quanto di non pubblicato era rimasto nei manoscritti di Parigi.
Infine l'attività in questo campo di studi è così vasta e fervente, e le pubblicazioni così numerose e così sparse, che si incomincia a sentire il bisogno di raccogliere, ordinare e classificare i risultati ottenuti.
A ciò tendono due opere d'indole generale, l'una del prof. Gustavo Körting: Encyklopädie und Methodologie der rom. Philologie, Heilbronn 1884-88, vol. 3 - l'altra del prof. Gustavo Gröber: Grundriss der rom. Philologie, Strassburg 1886, non ancora compiuta; ambedue ottime, e aiuto ormai necessario ad ogni romanista.

dimecres, 21 d’octubre del 2026

Chrestomathie provençale, Karl Bartsch, Eduard Koschwitz, Eduard Wechssler (Index)

Chrestomathie provençale
(Xe-XVe siècles)
par
Karl Bartsch,
sixième édition entièrement refondue
par
Eduard Koschwitz.

Marburg. 
N. G. Elwert, libraire-éditeur. 
1904.


G. Otto, Imprimerie aulique, Darmstadt. 

Chrestomathie provençale, Karl Bartsch, Eduard Koschwitz, Eduard Wechssler



Avant-propos.

Malgré la récente publication de trois anthologies rivales, la Chrestomathie provençale de K. Bartsch n'a rien perdu de l'ancienne popularité qu'elle doit à l'heureux choix des textes et aux légitimes sentiments de piété qu'a pour son défunt auteur le public savant. 
La cinquième édition n'en a pas été épuisée plus lentement que celles qui la précédaient. Il a donc fallu entreprendre cette nouvelle édition, qu'après quelques hésitations, faciles à comprendre, je me suis décidé à publier, sur la demande réitérée de son éditeur actuel, M. Braun-Elwert de Marburg.
La dernière édition qu'ait publiée l'auteur a paru en 1879. La cinquième 
édition, de 1892, n'en était qu'une reproduction anastatique. Depuis ce temps-là, la philologie provençale, qui doit tant à K. Bartsch, a fait bien des progrès qu'une nouvelle édition ne pouvait ignorer. Aussi avons-nous soumis toutes les parties de l'ouvrage à une revision attentive, sans toutefois en changer entièrement la forme ni le caractère primitifs. 
Loin d'augmenter le nombre des textes, nous avons, au contraire, supprimé les extraits des traductions du Code de Justinien et du Nouveau Testament, les poésies de Serveri et de Raimon de Cornet, et les six petites chartes insérées par l'auteur, qui ne nous paraissaient d'aucune utilité. Nous avons mis à profit les éditions récentes, critiques ou non, des textes, utilisés par Bartsch et, autant que les circonstances nous le permettaient, enrichi les listes des variantes. Tous les morceaux ont été soigneusement revus et corrigés aussi à l'aide des nombreuses corrections, qu'on a proposées, et qui se trouvent éparpillées dans les Revues de philologie romane. Nous avons fait, en tête des textes, une part plus large à la bibliographie et, dans l'intérêt des autodidactes, nous y avons ajouté des renvois au Grundriss zur Geschichte der provenzalischen Litteratur de K. Bartsch (Grdr.) et au Précis de la littérature provençale publié par M. Stimming dans le Grundriss de Gröber (vol. II, sect. 2; St.).
L'orthographe régularisée par Bartsch a été généralement conservée; 
cependant, pour plusieurs pièces, nous avons préféré les orthographes établies par les auteurs d'éditions critiques. Les j trop nombreux de Bartsch, au milieu et à la fin des mots, qui correspondaient à des sons bien différents dans les divers idiomes du Midi de la France, ont fait place aux i des manuscrits, qui semblent moins se prêter à des interprétations erronées. Pour faciliter l'entendement des textes provençaux, les enclitiques, que Bartsch avait soudées aux mots précédents, en ont été séparées par des points ou des apostrophes, selon les procédés actuellement en faveur. La ponctuation trop parcimonieuse de l'auteur a été remplacée par une ponctuation plus abondante et qui tâche également de se conformer à l'esprit de la syntaxe médiévale. Dans le numérotage et dans l'arrangement des variantes nous avons introduit quelques petits changements qui permettront de comparer avec moins de peine les lignes du texte aux notes qui y correspondent. 
Nous avons supposé que personne ne se servirait de la Chrestomathie sans avoir au préalable étudié les éléments de la phonétique, de l'orthographe et de la morphologie provençales; aussi nous a-t-il semblé 
inutile de reproduire le Tableau sommaire des flexions provençales, dont les formes, chaque fois qu'elles présentaient des difficultés pour le débutant, ont trouvé une place dans le Glossaire. Celui-ci a été enrichi d'étymologies, et les mots allemands en ont disparu pour faire place à des interprétations françaises plus nombreuses. Autre innovation de la présente édition: les substantifs et les adjectifs sont donnés sous la forme du cas oblique singulier. Exception a été faite pour quelques mots qui, dans les textes, ne se présentaient qu'à un cas sujet très divergent du cas oblique. Enfin nous avons accru l'ancien Index décidément trop maigre de l'auteur. M. Braun-Elwert, de son côté, a eu soin de rendre la lecture de la Chrestomathie plus agréable à l'œil par le choix d'un meilleur papier et de caractères plus grands et plus distincts que ne l'étaient ceux des éditions précédentes.
Nous espérons, l'un et l'autre, que sous cette nouvelle forme, la Chrestomathie de Bartsch demeurera, pour l'étude de la langue et de la littérature provençales, un des plus pratiques instruments de travail. 

Königsberg. E. Koschwitz. 

M. Eduard Koschwitz est décédé subitement le 14 mars dernier. 
C'est par une mort prématurée qu'il a été enlevé aux siens et au travail, le jour même de la fête de Mme (Madame) Koschwitz. Il était encore en pleine activité, qui s'exerçait dans les sens les plus divers. Le matin, il venait de donner ses soins assidus à la nouvelle édition de la chrestomathie provençale, qu'il avait sur le chantier, lorsque une apoplexie du cœur finit sa vie si riche de labeur et de succès.
M. Koschwitz a dû laisser inachevée la chrestomathie provençale, dont 
l'impression était avancé jusqu'à la colonne 606 (plaideiamen).
Restait à revoir les épreuves de ce qui manquait du glossaire. 
Madame Koschwitz et M. Braun-Elwert m'en avaient prié, et je me chargeais, à mon gré, de cette petite tâche, tout en avouant combien le maître regretté aurait conduit à meilleure fin ce livre utile dont il a fait, on peut dire, son œuvre à lui. 

Marburg, août 1904. 

            Eduard Wechssler. 




Table.
(N. E. Los números de página no coinciden en este formato. Se omiten. Tampoco están en orden en el PDF del libro original.)

Avant-propos.
Aimeric de Pegulhan
Domna per vos estauc en greu turmen.
En aquel temps que'l reis mori n'Anfos.
Si cum l'albres que per sobrecargar.
Alba.
En un vergier sotz folha d'albespi.
Alphonse II, roi d'Aragon.
Per mantas guizas m'es datz.
Amanieu de Sescas.
Essenhamen de la donzela.
Arnaut de Carcasses.
Novas del papagai.
Arnaut Daniel.
L'aur'amara fa'ls bruoills brancutz.
Lo ferm voler qu'el cor m'intra.
Arnaut de Maroill. (Marueill, etc.)
Bel m'es quan lo vens m'alena.
Domna genser que no sai dir.
Arnaut Vidal.
Cirventes.
Ballades.
A l'entrada del tens clar.
Coindeta sui si cum n'ai greu cossire. 
D'amor m'estera ben e gent.
Mort m'an li semblan que ma dona'm fai.
Barlaam et Josaphat.

A chantar m'er de so qu'eu no volria.

Bède, liber scintillarum, traduction.
Be m'an perdut lai enves Ventadorn.
Quan la douss' aura venta.
Quant vei la lauzeta mover.
Tant ai mon cor plen de joia.
Tençon avec Peirol.
Bertolome Zorzi.
Aissi co'l fuocx consuma totas res.
Bertran de Born.
Ges de far sirventes no m tartz.
Ieu m'escondisc, dompna, que mal non mier.
Mout mi platz quan vei dolenta.
Puois als baros enoia e lor pesa.
Si tuit li dol e 'lh plor e 'lh marrimen.
Bertran Carbonel.
Coblas esparsas.
Bertran de Roaix.
Canso de nostra dona.
Bible, histoire abrégée de la.
Biographies des troubadours
Bertran de Born.
Guillem de Capestaing. (Cabestaing, Cabestany)
Peire Vidal.
Bonifaci Calvo.
Ges no m'es greu s'eu non sui ren prezatz.
Per fin amor m'esjauzira.
Chansons anonymes 
Eissamen com la pantera.
Quan vei los praz verdesir (chanson d'une dame).
Chastel d'amors.
Citation du consistoire de la gaie science à Toulouse.
Comte de Rodes.
cf. Uc de Saint Circ.
Croisade albigeoise, chanson de la.
Dansa.
Pres soi ses faillencha.
Dante da Maiano.
Las, so que m'es al cor plus fins e cars.
Daude de Pradas.
Dels auzels cassadors.
Elucidari de las proprietatz de totas res naturals.
Évangile de l'enfance.
Évangile de Nicodème.
Flamenca, roman de.
Folquet de Lunel.
Roman de mondana vida.
Folquet de Marseille.
En chantan m'aven a membrar.
Sitot me sui a tart aperceubutz.
Folquet de Romans.
Far vuelh un nou sirventes.
Garin le Brun.
Ensenhamen.
Gaucelm Faidit.
Al semblan del rei ties.
Ara nos sia guitz.
Lo rossinholet salvatge.
Jeu parti; cf. Savaric de Mauleon et Uc de la Bacalaria.
Gui Folqueys.
Les Sept joies de Notre Dame.
Gui d'Uissel.
L'autre jorn cost' una via. (jost')  
Guilhem et Guilhem Augier.
Jeu parti.
Guilhem de Berguedan.
Chansoneta leu e plana.
Guillem de Cabestaing.
Li dous consire.
Guillem de Cerveira. (Cerverí o Serverí de Girona)
Proverbes de Salomon.
Guillem Figueira.
D'un sirventes far en est son que m'agenssa (m'agensa).
Ben voill que sapchon li pluzor.
Compaigno, non posc (posc) mudar qu'eu no m'esfrei.
Farai chansoneta nueva.
Pos de chantar m'es près talens.
Guillem de Saint Gregori.
Be'm platz lo gais temps de Pascor.
Guillem de la Tor.
Una, doas, tres e quatre.
Guiraut de Borneilh. (Borneil, etc) 
Ops m'agra si m'o consentis.
Quan la brun' aura s'eslucha.
Reis glorios, verais lums e clartatz.
Un sonet fatz malvatz e bo.
Guiraut de Cabreira.
Ensenhamen.
Guiraut de Calanso.
A leis cui am de cor e de saber.
Guiraut Riquier.
Breu doble. 
Commentaire d'une chanson de Guiraut de Calanso.
Lettre.
Retroencha.
Serena.
Guiraut de Salinhac. (Salignac) 
Per solatz e per deport.
Helias de Solier.
Plangh del gran foc de Tholosa.
Honoré Bonnet.
Arbre de batailles, traduction.
Huc del Valat.
Canso e dansa mesclada.
Izarn.
Las Novas de l'heretge.
Jaufre, roman de.
Jaufre Rudel.
Quan lo rius de la fontana.
Jeu parti.
Cf. Guillem et Savaric de Mauleon.
Joan de Pennas.
Un guerrier, per alegrar.
Leys d'amors.
Ludus Sancti Jacobi, mystère.
Lunel de Monteg.
Essenhamen del guarso.
A la fontana del vergier.
Dirai vos en mon lati.
L'autrier jost' una sebissa.
Marti de Mons.
Sirventes.
Matfre Ermengau.
Breviari d'amor.
Moine de Montaudon.
Fort m'enoia, so auzes dire.
L'autrier fui en paradis.
Mystère de Sainte Agnès.
N'At de Mons.
La valors es grans e l'onors.
Naturas d'alcus auzels e d'alcunas bestias.
Pastorela.
Peire d'Alvernhe.
Chantarai d'aquestz trobadors.
Rossinhol en son repaire.
Peire de Barjac.
Tot francamen, domna, venh denan vos.
Peire Cardenal.
Ar mi posc eu lauzar d'amor.
Qui ve gran maleza faire.
Tartarassa ni voutour. (voutor)
Una ciutatz fo, no sai cals.
Peire de Corbiac.
Domna, dels angels regina.
Tezaur.
Peire Guillem.
Nouvelle allégorique.
Peire Raimon de Toulouse.
Atressi cum la candela.
Peire Rogier.
Ges en bon vers non posc falhir.
Peire Vidal.
Baros Jesus qu'en crotz fo mes.
Drogoman, senher, s'eu agues bon destrier.
Pos tornatz sui en Proensa.
Peire de Vilamur.
Dansa d'amors am refranh.
Peirol.
Cora qu'amors volha.
Tençon avec Bernart de Ventadorn.
Poème sur la mort de Robert, roi de Naples.
Poésies religieuses.
Santa Maria, vergen gloriosa. (verge, vergena)
Vergen santa Margarida.
Poétique, traité de.
Pons de Capdoill.
De toz chaitius sui eu aicel que plus.
Pons de Prinhac.
Vers de l'an 1345.

Escoutatz, mas no sai que s'es.
Pos tals sabers mi sortz e'm creis.

Raimbaut de Vaqueiras.
Era pot hom conoisser e proar.
Truan, mala guerra.
Raimon d'Avinho.
Sirvens sui avutz et arlotz.
Raimon Escrivan.
Senhors, l'autrier vi ses falhida.
Raimon Feraut.
Vie de Saint Honorat.
Raimon de Miraval.
Anc trobars clus ni braus.
Be m'agrada'l bels temps d'estiu.
Si tot s'es ma domn' esquiva.
Raimon Vidal.
Novela: So fo el temps c'om era jais.
Règle de Saint Benoît, traduction.
Richart de Berbezilh.
Atressi cum lo leos.
Sainte Agnès, mystère.
Sainte Douceline, vie de.
Saint Trophime, vie de.
Savaric de Mauleon.
Jeu parti; cf. Gaucelm Faidit et Uc de la Bacalaria.
Seneca ou lo Savi.
Sermons. (Deux, 2)
Sordel.
Planher vuelh en Blacatz en aquest leugier so.
Sydrac, traduction du livre de.
Traité de poétique.
Uc de la Bacalaria.
Jeu parti; cf. Gaucelm Faidit et Savaric de Mauleon.
Non posc mudar, bels amics, qu'en chantanz.
Uc Faidit.
Grammaire provençale.
Uc de Saint Circ.
Tres enemics e dos mals senhors ai.
Senh'en coms, no us cal esmaiar. Cf. 
Comte de Rodes.
Vices et Vertus, livre des, traduction.
Vilanova, la dona de.
Canso.
Glossaire.

Corrections.

Page.
2 l. 6 d'en bas. Corr. Ezns (ou unzs)?
11 l. 21. Corr. trecia que.
33 l. 31. Corr. aiutori.
54 l. 23. Corr. Vatican, et ainsi de suite.
55 l. 5 d'en bas. Ajoutez 40, à la marge.
92 l. 4. Corr. fero l.
137 l. 5. Corr. Ms. du Vatican.
187 l. 1. L. Gui d'Uissel.
191 l. 15. L. Trueia ten.
203 l. 25. Corr. veno ilh. 
207 l. 17. Corr. p. 16.
211 l. 24. Corr. rimas, de romans.
254 l. 1. L. Benoit. (Benoît)   
283 l. 25. L. bastit.
284 l. 12. L. qu'el.
309 l. 38. L. Bels Deportz.
311 l. 5. L. e ls.
321 l. 14. Corr. s'o.
375 l. 30 et 35. Ajoutez 30 et 35, à la marge.
416 l. 16. L. q'uey. 
418 l. 6. L. volgi.
430 l. 3. Corr. no s.
438 l. 18. L. serpenti.
453 l. 13. Insér. acier; as-; ass- (aciarium) s. m. acier 39, 33; 183, 12; 289, 10.

dilluns, 19 d’octubre del 2026

Champollion-Figeag, Nouvelles recherches sur les patois ou idiomes vulgaires de la France.

Nouvelles recherches
sur les patois
ou
 
De l'imprimerie de Feugueray.
 
 
Champollion-Figeag, Nouvelles recherches sur les patois ou idiomes vulgaires de la France.

 

Nouvelles recherches
sur les patois
ou
idiomes vulgaires de la France,
et en particulier
sur ceux du département de l'Isère;
Suivies d'un Essai sur la Littérature dauphinoise, et d'un Appendix contenant des Pièces en vers ou en prose peu connues, des Extraits de manuscrits inédits et un Vocabulaire;
 
Par J. J. Champollion-Figeag,
professeur de Littérature grecque à la Faculté des Lettres de l'Académie de Grenoble, Secrétaire de la même Faculté et de la Société des Sciences et des Arts, Officier de l'Université Impériale, Conservateur-Adjoint de la Bibliothèque publique de Grenoble, etc.
 
A Paris,
Chez Goujon, Libraire, rue du Bac, n° 33.
 
Novembre 1809.
 
 
A monsieur
de Langeac,
conseiller ordinaire
et officier de l'université
impériale.
 
Monsieur,
 
En me permettant de faire paraître cet Essai sous vos auspices; vous m' autorisez à croire qu'il ne sera pas indigne de l'attention des savans et de celle du public: à la faveur de votre nom, puisse-t-il obtenir leur suffrage.
Les bergers des Alpes se présentent pour la première fois sur la scène littéraire; moins heureux que ceux de l'antique Latium, ils n'ont point pour interprètes Virgile dans leur langue et Vous dans la nôtre.
Simples comme la nature, ils sont quelquefois sauvages comme elle; je ne déguise pas leurs défauts dans mon travail.
Veuillez, Monsieur, le recevoir comme un témoignage public de ma vive reconnaissance, de mon respectueux dévouement, et agréer cette expression des sentimens que mon cœur vous a voués à tant de titres.
 
J. J. Champollion-Figeag.
 
 
Préface.
 
Chaque département de l'Empire se sert d'un idiome vulgaire qui lui est particulier; presque tous peuvent offrir des pièces soit en vers, soit en prose; où cet idiome est employé, et quelques-uns possèdent des ouvrages imprimés destinés à faire connaître les élémens de ces langues populaires. Ces idiomes divers, considérés isolément, se rattachent les uns aux autres et se lient par des rapports résultans du voisinage des provinces où chacun d'eux est en usage; mais, considérés à deux points extrêmes de la France, ou seulement d'une partie de cet Empire, la différence est immense, les rapports généraux n'existent plus, et chacun de ces patois se présente avec ce qui lui est propre, avec ses élémens
constitutifs. Ces faits bien reconnus ont dû amener de bons esprits à faire des recherches sur ces langues beaucoup moins étrangères qu'on ne le croit généralement à l'origine et au perfectionnement successif de la langue française; de-là les divers Mémoires académiques et les Traités généraux ou particuliers dont les patois ont été le sujet.
Ceux du département de l'Isère étaient pour ainsi dire ignorés; à peine connaissait-on, dans ce département même, quelques-unes des pièces imprimées que les deux derniers siècles avaient produites. J'avais réuni quelques matériaux sur cet objet, lorsque S. Ex. le Ministre de l'Intérieur, par sa lettre du 13 novembre 1807, demanda à M. le Préfet du département de l'Isère des renseignemens sur les patois usités dans cette partie de l'Empire, et des échantillons en vers ou en prose où ces patois fussent employés. S. Ex. demandait en même temps une traduction littérale en langage populaire de la Parabole de l'Enfant prodigue, ce morceau de la Bible, qui ne contient que des idées familières, étant très-propre à servir d'exemple.
Le Ministre ajoutait que s'il existait dans le département de l'Isère des diversités de dialecte assez notables pour devenir sensibles dans la traduction de cette parabole, il désirait qu'on les lui fît connaître, et qu'on indiquât approximativement les limites du territoire où chacun de ces dialectes serait en usage.
M. le Préfet du département de l'Isère me fit l'honneur de me demander un mémoire qui contînt les renseignemens que le Ministre de l'Intérieur désirait obtenir. Jaloux de justifier cette preuve de confiance, je me trouvai heureux de pouvoir satisfaire sous ce rapport un Magistrat aussi chéri que respecté, et de contribuer à remplir les vues d'un Ministre protecteur zélé des lettres et des arts.
Tel fut le motif du travail que je soumets aujourd'hui au jugement du public et à l'indulgence des savans.
Les recherches qu'il a exigées m'ont convaincu que la plupart des auteurs qui ont écrit sur cette matière se sont copiés l'un l'autre; que peu d'entr'eux ont pris la peine de recourir aux documens originaux; que presqu'aucun d'eux ne remplissait la condition sans laquelle il est impossible de bien apprécier ces mêmes documens, c'est-à-dire qu'aucun d'eux ne connaissait à fond au moins un de nos idiomes vulgaires, et ne réunissait sur presque tous des données générales acquises par des voyages faits dans les diverses parties de la France où ces mêmes idiomes sont le mieux caractérisés.
Le défaut de ces moyens a donné lieu à plusieurs erreurs ou fausses interprétations que l'on pourrait reprendre dans la plupart des ouvrages publiés, et pour n'en citer ici qu'un seul exemple, je le prendrai dans un des plus précieux fragmens de notre ancienne littérature.
En 842, les seigneurs français s'étant rendus garant de l'alliance que leur roi Charles venait de contracter avec son frère Louis de Germanie contre Lothaire, promirent par serment que si Louis respectait les conditions de cette alliance, et que leur roi Charles les enfreignît, aucun d'eux ne le servirait contre Louis; le texte porte que si Karlos non lo stanit, si io returnar non lint pois, ne io ne neuls cui eo returnar int pois, etc.,
ce qui signifie mot à mot: Si Charles ne le tient (le serment), si je ne puis l'y ramener, ni moi, ni aucun que j'y pourrai ramener, ne le servirons contre Louis; et d'après la première version connue et servilement copiée, tout le monde a traduit ainsi: Si Charles ne le tient, si je ne puis l'en détourner, ni moi, ni aucun de ceux que je pourrai en détourner, ne le servirons contre Louis, c'est-à-dire d'une manière entièrement opposée au texte, et en faisant un contre-sens complet, parce qu'on n'a pas connu la force du mot l'int, illum in, parce qu'on n'était pas familiarisé avec ces crases si communes dans les langues vulgaires, parce qu'enfin on expliquait une langue qu'on n'avait pas cultivée.
En faisant ces remarques, je n'ai pas l'intention de jeter de la défaveur sur les travaux de ceux qui m'ont précédé dans cette carrière, ni la prétention d'avoir été plus heureux qu'eux; en m'empressant de déclarer que j'ai profité des recherches que des écrivains laborieux ont faites avant moi sur les idiomes vulgaires de la France, je crois prouver que je n'ai eu d'autres motifs pour entreprendre ce travail, que celui que j'ai fait connaître plus haut, et qui m'a permis de présenter, à la fin de 1808, à M. le Préfet du département de l'Isère, un Mémoire qui pourrait être regardé comme un des premiers chapitres de la statistique de ce département, mémoire auquel S. Ex. le Ministre de l'Intérieur a bien voulu donner quelqu'attention.
L'ayant revu depuis cette époque, j'y ai fait divers changemens, et ayant obtenu du Ministre la permission d'en disposer, je le livre à l'impression, bien persuadé que son sujet est digne des méditations des personnes instruites.
La première partie est consacrée à des vues générales sur les idiomes vulgaires; la seconde à l'état actuel de ceux du département de l'Isère; et la troisième à la littérature dauphinoise.
L'Appendix contient diverses pièces peu connues, et des extraits de manuscrits inédits écrits en patois; je l'ai terminé par un vocabulaire et une notice bibliographique.
On peut sur cette matière faire beaucoup mieux que moi; mais je serai très-satisfait, si le public et les savans qu'elle intéresse peuvent l'être de mon zèle.
 
 
Nouvelles recherches sur les patois de la France.
 
Première partie.
 
“C'est de la langue vulgaire des provinces que se sont formées les langues française, espagnole et italienne (1: Bonamy, Acad. des Belles-Lettres, XXIV, 597)”.
Il semble que cette vérité, que l'on prendra peut-être pour un paradoxe, va être enfin reconnue par rapport à la langue française. Le gouvernement, intéressé à connaître l'histoire des origines et du perfectionnement de cette langue, veut faire constater les unes et faire discuter les autres (2: J'ai indiqué dans la préface les lettres ministérielles qui ont donné lieu à la rédaction de ce mémoire.)
Dans cette détermination ou reconnaît ce même esprit qui donne l'impulsion à tout ce qui se rattache à l'utilité publique, et, sous plusieurs rapports, les patois ou les langues vulgaires des provinces y sont étroitement lies. Documens précieux pour l'histoire, ils ont été pendant long-temps le moyen qu'employaient les peuples des parties méridionales de l'Europe pour un mutuel échange d'idées, pour le lien commun de leurs rapports politiques et commerciaux.
Ces considérations suffiraient pour donner une grande importance à ces langues vraiment anciennes, quand même leur usage ne rappellerait pas l'existence d'un peuple célèbre qui, tour-à-tour vainqueur et vaincu, ne fut enchaîné avec la liberté des Gaules qu'après avoir fait trembler Rome pour la sienne; et si de grands souvenirs, si des actions d'éclat, si une valeur éprouvée, si un courage qui se retrempait continuellement dans un ardent amour de la liberté et l'attachement le plus inviolable aux rites d'une antique religion; si une renommée qui défiera les siècles, parce qu'elle est liée au souvenir des triomphes d'un peuple auquel le monde fut soumis; si tous ces faits n'engageaient déjà les Français à étudier la partie la plus importante de l'histoire de la Gaule, sa langue, l'esprit national ne leur en ferait-il pas un devoir? Le dixneuvième siècle rendra aux Gaulois leurs sciences, leurs arts et leur industrie, et ce ne sera plus uniquement à travers le prisme des préventions romaines que nous étudierons les origines françaises. Intéressés par leur propre gloire à obscurcir celle des autres, les Romains ne nous ont transmis sur les Gaulois que des idées fausses en général, ou tout au moins suspectes; il semble que ce n'est qu'à regret, ou sans y penser, qu'ils ont laissé
échapper l'aveu des pratiques agricoles (3), des moyens industriels (4), des usages d'économie publique et privée (5), je dirai même des raffinemens du luxe (6) qu'ils empruntèrent des Gaulois.
 
(3) Selon Caton l'ancien et Pline, les Romains durent aux Gaulois l'usage d'employer la marne et la chaux à féconder les terres, et la connaissance de la herse ferrée, de la faux, des tamis, sacs et bluteaux en crin, des vases d'airain, etc.
 
(4) Ce sont les Gaulois qui, selon Pline, inventèrent toutes sortes de roues et de voitures utiles ou de luxe qu'on employait en Italie, l'étamage des vases de ménage, le villebrequin et les tarières, etc.
 
(5) Le même Pline et Philostrate rapportent que c'est des Gaulois que les Romains apprirent l'usage des métaux dans les monnaies, celui de fixer le poids que devait porter une voiture en raison de la forme de ses roues. Pline avoue aussi que les Gaulois connurent l'art de faire le verre avant les Romains.
 
(6) Les empereurs romains adoptèrent, pour leurs vêtemens, malgré la critique et les railleries du peuple, les riches étoffes dont étaient habillés les chevaliers gaulois, et qui se fabriquaient dans la Gaule. C'est aussi dans la Gaule que les Romains apprirent l'art de dorer et d'argenter les brides et les harnais des chevaux. Au rapport de Pline, les Gaulois imitaient dans leurs manufactures la pourpre tyrienne, le violet et l'écarlate. Nous ne parlerons pas des vins, des fruits et autres productions des Gaules qui firent les délices et l'ornement des repas des Romains, ni du bled blanc qu'ils se procuraient à grands frais, etc.
On peut consulter à ce sujet la Notice sur l'Agriculture des Celtes, par M. de Cambry. Paris, 1806, in-8°.
 
Soumettant à leurs armes les villes et les campagnes, ils voulurent aussi soumettre à leur police l'esprit de leurs habitans, leur donner Jupiter pour Dieu et Rome pour patrie. Industrieux en moyens, les Romains n'en négligèrent aucun pour réussir contre les Gaulois, et la langue des Gaules soumises fut particulièrement atteinte de proscription.
Mais ce qu'une longue suite de siècles peut à peine altérer, les armes victorieuses des Romains auraient-elles pu le détruire?
Indépendante comme l'opinion, une langue reste presque toujours elle-même, et conserve pour ainsi dire constamment le type de son origine; ainsi le souvenir de la langue celtique existera pendant long-temps encore; il est attaché à l'existence de la langue française; et si, à son riche patrimoine, celle-ci a vu successivement ajouter les dépouilles de ses voisines, elle n'a pas pour cela renoncé à la partie de son domaine que lui a acquise une possession d'un plus grand nombre de siècles. Toutes les fois que l'esprit de recherches se dirigera sur la langue de la grande nation, le celtique sera le point de départ et attirera les premiers soins. Il en faudra beaucoup pour démêler ce que le séjour des Romains fit ajouter de mots et de tournures de la langue latine à la langue antique des Gaules. Cette epoque est la plus intéressante et pour la langue celtique et pour la langue française. Le mélange de la première avec le latin, et la corruption de l'une et de l'autre donnèrent naissance au roman, avant que l'arrivée des Francs dans les Gaules eût mis en concurrence avec lui le dialecte tudesque ou le frank teuch; et celui-ci, relégué bientôt après clans les contrées du Nord, laissa enfin les Gaulois en possession de la langue romane, qui, polie et cultivée, est devenue la langue de la France, la langue politique de l'Europe.
Ce dernier paragraphe indique la classification des diverses parties de ce mémoire.
Personne sans doute ne contestera la nécessité de connaître les diverses langues vulgaires des provinces de la France et d'en constater l'état actuel. Le moment est peut-être arrivé qui complétera leur altération et marquera leur décadence. L'impulsion que la révolution a donnée à tous les esprits, les déplacemens qui se sont opérés sur tous les points de la France, les mélanges des habitans de différentes provinces résultant des circonstances, la nécessité pour tous de connaître et de parler la langue française, la multiplicité des relations qu'entretient le besoin ou l'ambition, tout semble concourir pour enlever à ces idiomes leurs caractères originels, leur esprit et leur physionomie. Si un jour cette métamorphose s'opère, il ne restera rien alors de ces antiques chartes des peuples, de ces monumens que réclament les premières pages de notre histoire. Tout semble donc se réunir pour applaudir aux mesures d'un gouvernement éclairé qui sollicite les renseignemens que nous allons tâcher de réunir dans cet essai.
Ce n'est pas des idiomes en usage dans les villes que nous nous proposons de nous occuper particulièrement dans ce mémoire. Les villes sont le foyer ordinaire des révolutions qu'éprouvent les langues; on y en voit toujours les agens et dans les hommes instruits qui les polissent, et dans la mode qui adopte des mots et en abandonne d'autres. Cet état des choses existe surtout lorsqu'un conquérant étranger soumettant les villes à ses lois, leur fait un devoir ou une nécessité de parler sa langue. Ainsi lorsque les Gaulois subirent le joug des Romains, les villes de la Gaule furent remplies de fonctionnaires publics et de soldats qui n'avaient d'autre langue que le latin. L'intérêt des Gaulois leur fit un besoin de se faire entendre des Romains; le peuple en trouvait le motif dans le desir d'éviter une vexation ou d'obtenir un service, et les grands dans leur ambition. Les Romains d'ailleurs ne négligèrent aucun soin pour faire adopter leur langue. Tous les actes publics étaient écrits en latin, et les académies qu'ils établirent dans divers lieux de la Gaule auraient suffi pour répandre la connaissance du latin, si le soin qu'avaient les grands et les riches d'envoyer leurs fils à Rome n y eût déjà contribué.
Mais ces mêmes causes qui firent répandre le latin dans les villes, n'eurent aucune influence sur les campagnes. L'état physique du Dauphiné fut d'ailleurs un obstacle de plus à la propagation de la langue latine parmi ses habitans. Vivant au milieu de hautes montagnes, privés le plus souvent de tout moyen de communication, soustraits aux influences étrangères à leurs habitudes, séparés de leurs plus proches voisins pendant la moitié de l'année par des neiges abondantes, exempts d'ambition, ignorant pour la plupart le bien-être des villes, n'ayant qu'une idée confuse de gouvernement et de patrie, de lois et de devoirs, et d'autre règle de conduite que des usages traditionnels et des préjugés auxquels ils sont d'autant plus attachés qu'ils sont eux-mêmes plus ignorans: dans cet état absolu d'isolement, comment changer quelque chose à l'état physique ou moral de ces individus? Le temps peut seul leur faire sentir son influence; et si des pasteurs zélés, voués depuis plus de quinze siècles à l'instruction des habitans de ces montagnes, sont à peine parvenus à leur faire connaître les principes fondamentaux de la religion chrétienne et les premiers devoirs de chrétien; si ces quinze siècles d'instructions familières n'ont pas détourné ces hommes laborieux des pratiques druidiques (7 : Parmi ces pratiques, nous ne citerons que la fête du 1er de Mai, où l'on élit un roi et une reine que l'on pare et élève sur un trône exposé au regard des passans. On se rappelle à ce sujet le Champ de Mai, qui fut ensuite transformé en Champ de Mars.);
 
si, annuellement encore, ils célèbrent la fête du soleil (8), et allument des feux aux solstices (9); quelle influence le court séjour des Romains dans les Gaules peut-il avoir exercée sur ces mêmes hommes, sur leurs idées et sur leur langue? Toutefois nous ne prétendons pas avancer que la langue des habitans des montagnes du département de l'Isère soit ce qu'elle était avant l'arrivée des Romains dans l'Allobrogie; mais en cherchant à prouver que, par cela même que les habitans de ces montagnes eurent moins de rapports avec les Romains, leur langue dut être d'autant moins altérée par le latin, nous voulons justifier la détermination qui nous fait négliger dans ces recherches les patois des villes, parce qu'ils se sont peu à peu francisés, et qu'aujourd'hui ils ne sont pour ainsi dire que la langue française elle-même variée dans ses inflexions.
 
(8) Cette fête se célèbre avec une certaine pompe dans la commune des Andrieux en Valgodemar, et le curé n'y est absolument pour rien.
Tout le village se rend sur le pont; dès que le soleil y paraît, on lui fait l'offrande d'une omelette, et la fête se termine par des danses et un festin. Il existe dans les archives de l'Académie de Grenoble un mémoire historique sur cette fête.
(9) Il est d'un usage général d'allumer des feux de joie, auprès desquels se réunissent tous les habitans, la veille de la Saint-Jean et la veille de Noël, pour ainsi dire le 22 juin et le 23 décembre de chaque année.
 
Il en est ainsi du patois de la ville de Grenoble, et l'on peut s'en assurer par la lettre relative à l'inondation survenue dans cette ville le 20 décembre 1740, lettre écrite à la même époque (10: Voyez l'appendix, n°. 1.), et dans laquelle, à deux ou trois mots près, tels que ceux de cruzieu, lampe, lloupa, boue, brayes, culotte, tout est français ou latin, et tout si conforme à l'esprit et aux tournures de la langue française, qu'en la traduisant mot pour mot et dans le même ordre, on aurait presque cette même lettre en vers français, sans que le sens ni la rime fussent défectueux, tant le patois de la ville de Grenoble était conforme au français vers le milieu du siècle dernier, et depuis il s'en est rapproché chaque jour davantage. On peut donc conclure avec raison de ce fait, qui est le même partout, que le patois des habitans des montagnes doit être le sujet principal des recherches du genre de celles ci.
Mais pour apprécier les causes et la nature des variations qu'a éprouvées la langue des habitans de nos montagnes, nous ne devons pas négliger de considérer les changemens qu'a pu y apporter, dans la majorité des villages, quoique tard, l'émigration annuelle de leurs habitans qu'une louable industrie amène dans le pays bas, c'est-à-dire dans les diverses parties de la France. Mais arrêtons-nous d'abord à l'influence qu'exercèrent sur cette langue les irruptions des Allobroges et des autres Gaulois en Italie (11: On connaît plusieurs irruptions des Gaulois en Italie, qui remontent jusques aux premiers siècles de Rome.).
Nous devrions peut-être faire remarquer ici que le mélange des Gaulois avec les Carthaginois conduits par Annibal, enrichit de beaucoup de mots puniques la langue gauloise. Sans doute il y eut parmi ces Gaulois de l'armée d'Annibal plusieurs soldats qui, comme Autavit dont parle Polybe, apprirent le punique, et aimèrent à parler entre eux, de retour dans leur patrie, la langue qu'ils avaient apprise dans les camps; mais le manque absolu de documens ne permet à ce sujet que des conjectures.
Nous revenons donc à l'influence qu'eurent sur la langue celtique les irruptions des Gaulois en Italie.
Ces irruptions eurent sans doute des effets directs sur cette langue par l'introduction des mots acquis en Italie, et transportés dans l'Allobrogie et dans toute la Gaule par les soldats qui les propagèrent au retour de ces expéditions. Cette circonstance sert incontestablement à marquer la première époque du mélange des mots latins avec le celtique; mais nous croyons pouvoir avancer qu'on a accordé au latin plus d'influence qu'il n'en eut réellement, puisqu'on n'a eu aucun égard aux mots celtiques que les Allobroges et les Gaulois ont laissés en Italie, ni à ceux que les Latins ont empruntés eux-mêmes des Gaulois, après les avoir dépouillés de leur état civil et politique. C'est cette erreur qui a fait dire à plusieurs auteurs que tous les patois venaient du latin; et, on n'a pas fait attention que le latin lui-même avait emprunté quelque chose du celte, et à cet égard l'opinion de Varron n'est pas équivoque. Ainsi on dit communément que le mot français battre vient du latin battuere, et conséquemment que le mot patois battré est dérivé du même mot latin. Mais pourquoi n'a-t-on pas remarqué que le mot latin battuere n'est employé dans ce sens que par Plaute et Naevius, et non par les auteurs latins qui sont postérieurs à la conquête des Gaules; d'où l'on pourrait presque conclure que le mot battre appartenait à l'ancienne langue des Gaulois, puisque les bons auteurs latins, tels que Tite-Live et Cicéron, Virgile et Horace semblent l'avoir banni de leurs ouvrages comme un mot barbare et exotique. Si cette observation se vérifiait, il en résulterait que nos idiomes vulgaires, la langue française, l'espagnole et l'italienne, qui ont la même origine, et où l'on trouve ce mot avec la même acception, ne le devraient pas au latin. Sans doute de semblables remarques deviennent difficilement des vérités; nous ne donnons même celle-ci que comme une conjecture; mais s'il était possible de connaître la série des mots primitifs d'une langue, ou plutôt la série de tous les mots d'une langue à une époque donnée, et que cette série fondamentale fût, après un certain nombre d'années, comparée avec la série des mots qui appartiendraient alors à cette langue, on connaîtrait exactement ceux qui s'y seraient introduits depuis l'époque de la première série; et l'histoire des rapports civils, politiques, militaires et commerciaux qu'aurait eus avec des voisins ou des étrangers éloignés le peuple dont la langue servirait à cette observation, indiquerait incontestablement la cause de l'introduction de ces mots et leur étymologie. Ainsi le séjour des Maures en Espagne a enrichi la langue espagnole d'une infinité de mots et de tournures arabes; ainsi l'expédition d'Egypte a laissé le souvenir ineffaçable du séjour qu'y ont fait les Français, dans les mots français d'arts ou d'agriculture qu'ont incontestablement adoptés les habitans de l'Egypte. Cette vérité sert à prouver l'influence des expéditions militaires sur la langue des peuples vaincus et sur celle des vainqueurs.
Nous avons donc dû ne pas passer sous silence celle des Allobroges et des autres Gaulois conquérans de l'Italie sur la langue latine, et réciproquement celle des mots transportés de l'Italie par les Allobroges et les Voconces dans leur propre patrie, deux causes qui y ont également contribué au mélange du latin avec le celtique.
Nous devons considérer comme une troisième de ces causes l'émigration périodique des habitans des montagnes du département de l'Isère, qui vont exercer dans diverses parties de la France, et notamment dans le midi, une industrie mercantille bien utile à leur famille. Pour que cette considération ressortît dans toute sa force, il serait peut-être nécessaire de prouver que ces émigrations ont eu lieu dans tous les temps. Si elles n'étaient que le résultat d'une coutume ou d'une convention, on pourrait élever des doutes sur leur ancienneté. Mais nous pensons que cette ancienneté est prouvée par le fait lui-même qui n'a d'autre règle que le besoin, d'autre moteur que l'intérêt, et l'intérêt et le besoin sont de tous les temps et de tous les lieux. Il n'y a donc point de doute que l'émigration annuelle des habitans des montagnes du département de l'Isère n'ait eu une influence marquée sur la langue de ces montagnards.
Cependant on doit remarquer que la majorité des habitans gardant les pénates, et cette majorité se composant des vieillards, des femmes et des enfans, c'est-à-dire, de la portion de l'espèce humaine qui parle le plus, la langue mère se conservait plus intacte, et ce n'était qu'à la longue qu'un mot étranger pouvait s'y introduire. On sait d'ailleurs que, parmi ces esprits bornés, toute nouveauté qui n'éblouit pas est accueillie par un rire dédaigneux et satirique.
Il est une autre cause qui influa puissamment sur l'altération de la langue primitive des Gaules, et cette cause fut la fondation de Marseille par une colonie de Phocéens ou d'Hellènes (12 : L'an 599 avant J. C., selon Cary, Dissert. sur la fondation de Marseille, page 66.).
Nous ne discuterons pas ici la vérité de ce point historique, qui d'ailleurs est d'accord avec la tradition. On a contesté l'arrivée de cette colonie de Phocéens et la fondation de Marseille qu'on lui attribue. Avec du pyrrhonisme et du goût pour de nouveaux systèmes, on peut faire de l'histoire un dédale inextricable, et assimiler les historiens les plus accrédités aux ouvriers de Babel. Mais n'oublions pas que l'histoire mal traitée donne plus de préjugés que l'ignorance (13 : Cambry, Agriculture des Celtes).
Quoi qu'il en soit on ne nie pas que Marseille ait été habitée par des Grecs, ou du moins par des personnes qui n'avaient d'autre langue pour leurs relations et pour leurs monumens que la langue grecque (14).
(14) N'oublions pas cependant que les Marseillais usèrent avec une égale facilité du grec, du latin et du celtique dans leurs relations commerciales. (S. Hyeronimus, pref. ad Comment. in Epist. ad Galathas.)
 
Ce point bien reconnu nous suffit pour établir l'influence du grec sur le celtique, influence résultant du besoin qu'avait toute la Gaule d'entretenir des relations avec la ville de Marseille devenue l'entrepôt de tout le commerce gaulois, surtout avant que les Romains, en partageant le produit de l'industrie des Gaulois par des associations aussi injustes que sordides (15 : M. Tullius Cicero, Oratio pro Fonteio.), eussent ruiné ce même commerce gaulois après l'avoir découragé.
Ce que nous venons de dire prouve que nous n'admettons pas dans toute sa plénitude le rapport de Strabon, qui avance que les Gaulois ne fréquentèrent les Marseillais qu'après la conquête des Gaules par les Romains (16 : Strabo, Rerum geographic. lib. II.).
Sans nous engager dans une discussion qui nous éloignerait du sujet de cet essai, il suffira de dire qu'avant les premières conquêtes des Romains dans la Gaule, conquêtes qui précédèrent celles de Jules-Cesar de plus de soixante ans, les Romains avaient fait alliance avec les Marseillais, qui en avaient eux-mêmes contracté une avec divers peuples de la Gaule, et notamment avec les Aeduens (17 : L. Florus, de Gestis rom. III, 2.).
Les peuples de la Gaule étaient donc en rapport avec les Marseillais avant l'arrivée des Romains; la langue des Marseillais, la langue grecque, contribua donc à l'altération du celtique.
En admettant que les diverses circonstances que nous avons indiquées ont eu une influence plus ou moins directe sur la langue des Gaules, on aperçoit combien il est difficile de reconnaître, d'indiquer et de classer les différences qui en résultent, surtout en les considérant par rapport aux temps et par rapport aux lieux. En effet, comment constater des altérations chronologiques lorsqu'on n'a pour point d'appui que des conjectures, ou des monumens dont la date n'est pas certaine? Comment constater des altérations locales, lorsqu'après avoir reconnu qu'une seule et même langue fut à une époque donnée la langue de toute la Gaule (abstraction faite des différens dialectes particuliers aux provinces), on voit presque aussitôt des circonstances de diverse nature se presser sur tous les points extrêmes de cette contrée, l'opprimer de toutes parts, altérer son gouvernement, détruire ses limites, et miner les bases de son existence politique et morale? Comment enfin constater les altérations littérales lorsqu'il s'agit de qualifier un mot mêlé parmi cent autres, de reconnaître une désinence particulière à quelques mots, et quelquefois commune à un grand nombre? Ce sont-là des obstacles qu'on ne saurait se dissimuler, et, sans avoir la prétention de les vaincre, aux observations précédentes, nous en ajouterons une nouvelle non moins importante dans le sujet qui nous occupe.
Pour caractériser une langue dans tout ce qui lui est propre, c'est dans l'intérieur du pays où elle est parlée qu'il faut l'étudier. C'est là seulement qu'on la trouvera étrangère aux tours, aux inflexions et aux accens de la langue des voisins.
Les langues de deux peuples frontières se mêlent par le contact de ces deux peuples, comme leurs idées, leur caractère et leurs coutumes prennent une teinte commune; ainsi dans l'étude des idiomes parlés dans les pays frontières de la France, on doit avoir égard à l'influence de tous les jours et de tous les instans qu'exerce sur cet idiome la langue des peuples limitrophes. Cette influence a été remarquée dans tous les temps, et Strabon (18 : Ibid. lib. IV, 176.) avait observé que la langue des Aquitains voisins des Pyrénées, avait beaucoup de rapports avec la langue des habitans des Espagnes. Ainsi de nos jours le patois des provinces voisines de l'Espagne, renferme beaucoup de mots arabes empruntés des Espagnols; ainsi le piémontais est un mélange de vieux français et d'italien (19); ainsi donc le grec de Marseille est répandu dans les idiomes des contrées voisines de la Méditerranée, et il n'est pas étranger à la langue des Allobroges.
 
(19) C'est peut-être trop considérer cet idiome par rapport à son état actuel. Mais il ne faut pas oublier que dans des temps peu reculés le Piémont n'eut d'autre langue que celle de la France méridionale, de l'Italie et de l'Espagne, c'est-à-dire le roman. Ce fait n'est contesté par personne, et on en trouve une preuve irrécusable dans les livres qui nous restent de la secte des Vaudois qui habitaient les vallées du Piémont. Ces livres consistent en quelques manuscrits très-rares en France et par-tout ailleurs, si ce n'est en Angleterre où doivent exister (à Cambridge) plusieurs manuscrits envoyés en 1658 à Olivier Cromwel (Oliver Cromwell), qui les avait demandés aux pasteurs vaudois.
Tous ces livres sont en langue vulgaire et datent du dixième siècle, même de plus loin, selon quelques auteurs. La bibliothèque de Grenoble possède un manuscrit en langue vaudoise.
C'est un Nouveau-Testament sur vélin, de format in-12 quarré, écrit en lettres rondes et à deux colonnes, sous le n° 8595. Il paraît être du 13e siècle; il se trouve indiqué dans le catalogue du fonds de M. de Caulet, comme étant un Nouveau-Testament traduit en espagnol. Il suffit d'y jeter un coup-d'œil et de le comparer aux passages cités par Jean Léger dans son Histoire des Eglises vaudoises, pour s'assurer que ce Nouveau-Testament appartient à la secte et à la langue vulgaire des Vaudois. Ce que j'ai dit de la rareté des manuscrits de ce genre m'engage à publier la parabole de l'Enfant prodigue extraite de celui de la bibliothèque de Grenoble. (Voyez l'Appendix, n°. 2.)
On peut comparer ce morceau avec les fragmens provençaux de divers siècles publiés par M. Millin dans son Essai sur la langue et la littérature provençales.
 
Nous venons d'indiquer les diverses circonstances qui y apportèrent quelque changement; quelque active qu'ait été leur influence, elle ne détruit pas la vérité de l'observation que nous avons précédemment faite, qu'une suite de siècles et des circonstances impérieuses peuvent seules dénaturer les langues. En parcourant les diverses époques de celle de la Gaule, et plus particulièrement de la langue vulgaire du département de l'Isère, en constatant son état actuel, on reconnaîtra la vérité de cette assertion, qu'une langue reste pendant long-temps elle-même, et conserve pour ainsi dire constamment le caractère de son origine. Si cette vérité est applicable à la langue française, que les hommes célèbres dans chaque partie des sciences et des lettres ont si souvent soumise à leur goût et si souvent à leurs caprices, avec plus de raison encore cette vérité est-elle sensible lorsqu'il s'agit de ces idiomes soustraits par leur nature aux recherches des gens instruits et aux caprices de la mode. En indiquant l'état de la langue vulgaire du département de l'Isère dans les diverses époques de son histoire, nous fournirons une nouvelle preuve de cette assertion.
On admettra sans doute, comme nous venons de le dire, que les langues ne se dénaturent qu'à la longue; les idiomes de la Gaule le prouvent, et ceux des contrées éloignées rendent le même témoignage. Ainsi St. Augustin, pour remplir les devoirs de son ministère en qualité d'évêque du diocèse d'Hippone en Numidie, fut obligé d'avoir des interprètes qui parlassent punique pour se faire entendre des habitans de la campagne (20), et cependant depuis plus de six cents ans (21) les Romains avaient porté la langue latine dans la Numidie (22);
(20) Bonamy, Académie des Belles-Lettres, XXIV, 589.
(21) L'an 201 avant J. C.
(22) Ainsi, après la conquête de la Perse par le calife Othman, les actes publics du gouvernement furent écrits en arabe; mais le peuple conserva toujours sous la domination des Arabes sa langue maternelle, c'est-à-dire le persan. Ainsi en Egypte, les naturels égyptiens ont conservé pour ainsi dire jusqu'à nos jours leur propre langue, le copte, quoique leur pays ait passé successivement sous la puissance des Pasteurs, des Ethyopiens, des Perses, des Grecs, des Romains, des Arabes et des Turcs. Ainsi enfin les Chinois ont conservé leur langue, quoique depuis plusieurs siècles la langue de la cour et celle des actes publics soit le tartare-mantcheoux.
 
mais en Afrique comme dans les Gaules, le latin fut la langue du
gouvernement, des hommes instruits et des fonctionnaires; mais jamais elle ne fut celle du peuple: dans la Gaule, il parla toujours le celtique, qui s'altéra graduellement, qui prit peu à peu une physionomie latine, physionomie qui l'a fait appeler mal-à-propos latin vulgaire, parce que la langue latine n'a été dans aucun temps la langue vulgaire des Gaules.
Ce que nous allons dire pour démontrer cette vérité trop long-temps contestée et qu'il faut enfin reconnaître, se rapporte également et à tous les idiomes de la Gaule en général, qui n'avaient dans le principe que quelques différences d'inflexions, et à l'idiome de l'Allobrogie en particulier, qui avait aussi son inflexion particulière.
Les Romains, maîtres de la Gaule, y parlèrent latin et se servirent de cette langue dans tous les actes émanés de leur gouvernement.
Nous avons déjà dit que les fonctionnaires publics et les hommes instruits parmi les Gaulois furent les seuls qui parlèrent dès-lors la langue des Romains. On a cru prouver le contraire, et établir que le latin fut la langue vulgaire des Gaulois, en rapportant que les prédicateurs de la morale évangélique, qui vinrent répandre le christianisme dans les Gaules, écrivirent en grec ou en latin. On a cité particulièrement Saint-Irénée; on a dit que Saint-Jérome écrivant à Hédibie et à Algazie, Saint-Hilaire de Poitiers à sa fille, Sulpice-Sévère à sa belle-mère, et Saint-Avit de Vienne à sa soeur, rédigèrent leurs lettres en latin; enfin que Sidoine Apollinaire cite les ouvrages d'Horace, de Varron, de Prudence et de Saint-Augustin, comme les ouvrages à la mode parmi les dames gauloises (23 : Discours préliminaire du Glossaire de la langue romane, par M. Roquefort (Paris, 1808, 2 vol. in-8°), ouvrage indispensable pour l'étude de l'ancienne littérature française, et dont j'ai rendu compte dans le Moniteur du 26 juin 1808.)
Mais nous demanderons d'abord si les prédicateurs évangéliques, si Saint-Jérome, Saint-Hilaire, Sulpice-Sévère et autres auteurs qui tenaient tous à l'Église, étaient obligés de connaître la langue des Gaulois, eux qui étaient presque tous étrangers aux Gaules? et ensuite, en accordant même qu'ils connussent cette langue, nous demanderons encore s'ils auraient osé s'en servir dans leurs écrits, puisque l'Église avait adopté exclusivement l'usage du grec et du latin, et que le latin était le seul idiome professé dans les académies de la Gaule, le seul dont se servissent les gens instruits, quoique le celtique fût généralement parlé par la masse des individus? Ajoutons que Saint-Irénée lui-même écrit à un de ses amis que depuis qu'il vit parmi les Gaulois, il a été obligé d'apprendre leur langue. N'oublions pas non plus que le sceptre de fer des Romains était toujours là pour prescrire la propagation du latin, qui était la langue de l'état. Ainsi un habitant des départemens méridionaux de la France qui écrira un ouvrage, même une simple lettre, l'écrira en français, quoique le provençal ou le languedocien soit sa langue maternelle et une langue cultivée. Ainsi dans les départemens réunis, un délai fatal fixé par le gouvernement a établi l'usage irrévocable de la langue française dans les actes publics, et on écrit tout en français, quoiqu'on y parle vulgairement allemand, piémontais ou italien. Dans l'étude des anciens on ne doit jamais perdre de vue ce qui se passe chez les modernes dans des circonstances semblables, parce que les hommes ont eu dans tous les temps les mêmes besoins et les mêmes passions. Répétons donc que les assertions que nous venons de réfuter ne peuvent nullement servir à prouver que le latin ait été à une époque quelconque la langue vulgaire des Gaules. Le peuple des villes, le peuple des campagnes, et particulièrement celui des montagnes, conservèrent la langue de leurs pères, et c'est cette langue altérée et mêlée de mots latins que les Romains appelèrent dédaigneusement lingua rustica, langue rustique, langue des campagnards; mais cette langue rustique résista long-temps à toutes les entreprises des latinisans, et dans les deux premiers siècles de l'ère vulgaire, elle subsista toute entière, puisqu'au troisième; en 230, une ordonnance de Septime-Sévère porte que les fidéi-commis seront admis dans toutes les langues, non-seulement en latin et en grec, mais encore in gallicanâ, en langue gauloise, qui n'était sûrement pas la latine (24 : Digest. lib. XXXII, tit. I, pag. 11 - ou II : 2).
On doit fixer à cette époque le commencement d'un idiome autre que le celtique et le latin, idiome qui fut en usage dans la Gaule, et qu'on doit considérer comme la vraie source de la langue romane, qui a survecu au celtique et au latin.
Dès le cinquième siècle nous trouvons cet idiome gaulois bien caractérisé, et Sulpice-Sévère nous fournit à ce sujet un passage classique auquel il semble qu'on n'a pas fait assez d'attention.
Dans son premier dialogue (25 : Sulp.-Sev. Opera omnia. Lugd. Batav. Hackius, 1647, p. 543), Gallus, l'un des interlocuteurs, est prié de faire connaître les hautes qualités de Saint-Martin de Tours; Gallus s'en excuse en donnant pour raison qu'il ne convient pas à un Gaulois comme lui d'entretenir des habitans de l'Aquitaine, et qu'il craint que leurs oreilles délicates ne s'accommodent pas de la rudesse d'un langage trop rustique. Sed dum cogito me hominem Gallum inter Aquitanos verba facturum, vereor ne offendat vestras nimium urbanas aures sermo rusticior.
Tu vero, répond Posthumianus, principal personnage des dialogues de Sulpice-Sévère, tu verò vel celticè, aut, si mavis, gallicè loquere, dummodo jam Martinum loqueris.
“Vous pouvez nous parler celte ou gaulois, pourvu que vous nous parliez de Martin”.
Ainsi la langue celtique n'était pas celle que les Romains appelaient gallica. Mais doit-on conclure du passage de Septime-Sévère que les Gaulois parlaient, outre le celtique et le latin, un autre idiome connu?
On répond affirmativement à cette question, en observant qu'il est constant que le latin, qui fut la langue de la plupart des habitans des villes, devint peu à peu un latin barbare, corrompu dans ses mots comme dans leur terminaison et dans leur arrangement, et c'est de ce latin que parlaient les Gaulois, et du celtique corrompu par le latin, et du latin lui-même, que naquit cet idiome, si informe dans ses principes, si variable dans ses règles, mais si doux ensuite sur le luth des Trouvères et des Troubadours, le roman.
Mais l'idiome roman ne fut réellement un idiome qu'après qu'une suite de conquêtes sur le celtique et sur le latin en eut fait une langue commode pour tous ceux qui la parlaient, puisqu'elle se rapprochait en même temps des deux langues principales de la Gaule devenue province romaine, c'est-à-dire du latin dont on avait oublié les règles, ou dont on négligeait les terminaisons, et du celtique déjà ébranlé dans ses fondemens.
Les progrès de la langue romane furent lents; au sixième siècle Beaudemon écrivait encore la vie de Saint-Amand en langue rustique, rustico sermone. En même temps (en 552) Grégoire de Tours se plaignait de ce que peu de personnes étaient capables d'entendre un rhéteur (latin), tandis que presque tous, dit-il, comprennent un homme qui parle la langue rustique: Philosophantem rhetorem intelligunt pauci, loquentem rusticum multi. Aux septième et huitième siècle, les conciles de Tours et de Rheims, qui représentaient l'église des Gaules et de la Germanie, ordonnaient que les homélies des saints, pour être entendues par le peuple, seraient traduites par les soins des évêques en langue rustique: Ut easdem homelias facilius cuncti possint intelligere, quisque transferre studeat in rusticam romanam linguam (26 : Concilia, tom. VII, 1249, 1256, cap. XV, pag. 1263, cap. XVII).
Ces deux passages prouvent-ils que le latin fut dans les sixième, septième et huitième siècle la langue vulgaire des Gaules?
Non sans doute, et cet état des choses dura long-temps encore puisque, vers l'an 800, il était d'un usage général dans toutes les églises de France d'expliquer en langue vulgaire l'histoire du saint dont on célébrait la fête, et que dès cette même époque on ne conserva plus au vrai latin la terminaison de ses mots et le tour originel de ses phrases.
Ainsi chaque siècle marqua dans la Gaule la décadence successive de la langue latine, à mesure que la langue celtique s'altéra de plus en plus, et que la gauloise fit plus de progrès.
Déjà dès le huitième siècle la langue tudesque apportée par les Francs et protégée par un prince puissant; avait jeté de nouveau la confusion parmi ces divers idiomes. L'empire s'était partagé d'opinion, et la langue gauloise, qui avait déjà le nom de romane, avait eu à lutter contre le franc-teuch, tandis que le celtique, relégué dans les montagnes, et le latin réfugié dans les monastères, mutilés l'un et l'autre et n'offrant plus qu'un corps décharné, avaient enrichi de leurs dépouilles leur heureux rival. Plusieurs moyens furent employés pour introduire le tudesque dans toutes les provinces de la Gaule. Cependant ces moyens furent sans effets; on en trouve la preuve dans une des circonstances de l'alliance conclue en 842 entre Charles-le-Chauve, roi de France, et son frère Louis de Germanie. Les deux princes voulurent consacrer leur union par un serment, et pour que ce serment, qui devait être prononcé par les deux rois en présence de leurs sujets, fût entendu de tous, Louis de Germanie prononça son serment en langue romane. Il est connu de tous ceux qui ont fait des recherches sur l'origine de la langue française (27), et il prouve incontestablement le peu de prosélytes qu'avait faits en France la langue tudesque, qui, bientôt reléguée à la cour, laissa le roman en possession de plaire aux Français; et ce qui ne contribua pas peu à le maintenir dans les provinces méridionales, et plus particulièrement dans les provinces voisines des Alpes, qui furent toujours étrangères au tudesque dont elles évitèrent l'influence par leur éloignement, c'est que le roman était indispensable aux habitans de ces provinces méridionales pour entretenir leurs rapports avec l'Espagne et l'Italie.
 
(27) Il est gravé, d'après un manuscrit de la Bibliothèque impériale, dans le premier volume du Glossaire de la langue romane que nous avons cité plus haut, voyez l'Appendix, n°. 10.
 
Ainsi le tudesque ne fut guère en vogue qu'à la cour jusqu'à la fin du dixième siècle; et enfin la langue romane, qui eut aussi ses divers dialectes, l'emporta et fut bientôt la seule parlée, comme si la langue française n'avait dû prendre son origine que dans la langue même des Français; tant il est vrai qu'une langue ne peut pas être celle de tous les peuples, ni celle de tous les climats. La romane se soutint, et dès le onzième siècle on s'adonna à traduire en cette langue les auteurs latins les plus accrédités. Alors on revint aussi sur le style de quelques écrits en ce genre du neuvième siècle qu'on trouvait déjà vieux, tant les progrès de la langue vers sa perfection étaient rapides.
L'abbé Lebeuf (Lebœuf) nous a conservé un extrait des actes de St. Etienne, martyr, traduits dans le neuvième siècle et revus dans le onzième (28 : (28) Acad. des Belles-Lettres, XVII, 716).
Dès le douzième toute la barbarie de la langue gauloise des siècles précédens avait passé dans la langue latine, et cette dernière n'était plus entendue (29 : Ibid. 719).
A son tour elle reconnut un maître, et dès-lors les Français secouèrent entièrement sous ce rapport le joug traditionnel des Romains.
C'est par cette observation que s'explique l'origine du latin barbare des actes et des écrits postérieurs à l'année 1100 de nôtre ère (30 : La basse latinité est le résultat de causes semblables, quoique dans des circonstances différentes).
Je dis l'an onze cents, parce que c'est dans les actes de cette époque et dans ceux des époques postérieures qu'on trouve dans le latin les mots, les tournures et l'arrangement du roman, tels que ceux-ci, guerra guerre, augmentare augmenter, quittare quitter, aula bassa basse-cour, gardia garde, et autres mots qui, comme ceux-ci, n'ont jamais appartenu à la bonne latinité.
Cette observation est sans réplique, du moins dans l'histoire des idiomes de ce département, parce que les exemples que nous venons de citer sont tous pris dans des actes qui y sont relatifs. Il en résulte que l'influence de la langue romane, telle que nous l'avons indiquée, y fut continuelle, et l'on peut dire si directe, qu'on remarque une grande différence entre le latin des actes de 1267, et celui des actes de 1277 (31 : Voyez les Pièces justificatives de l'Histoire du Dauphiné, par Valbonnais, tome 2e).
Cette circonstance sert en même temps à prouver l'universalité de cette langue (la romane), connue dans toutes les provinces sous le nom de lingua materna, langue maternelle, parce qu'elle était réellement le résultat de la langue primitive des Gaules mélangée avec le latin.
C'est sous cette dénomination que fut connue en Dauphiné la langue vulgaire de ses habitans. Toutefois le latin restait toujours en usage dans les actes publics: tels sont ceux du treizième siècle passés en Dauphiné. Mais nous devons répéter que ce latin des actes n'avait aucune influence sur la langue maternelle, lingua materna, et que le rédacteur de ces actes en les écrivant en latin, était obligé de les expliquer en langue vulgaire au testateur, par exemple, si l'acte était un testament.
Nous en avons une preuve dans le procès-verbal d'ouverture du testament clos, fait le 15 janvier 1277, par Guillaume de Beauvoir.
Ce procès-verbal contient des particularités très-précieuses sur les formalités usitées alors dans de semblables circonstances.
Guillaume de Beauvoir avait fait écrire son testament par Guillaume Quoquebert, notaire, dans la maison de Bonnevaux à Vienne.
Ce testament avait été clos, scellé de dix cachets, et signé sur l'enveloppe par huit témoins qui furent appelés devant Jacques Borgarelli, professeur de droit et juge de la terre de la Tour, pour répondre sur les diverses circonstances relatives à ce testament.
L'un d'eux, Humbert de la Tour, assure par serment que le testateur avait reconnu cet acte comme celui de ses dernières volontés, après que le notaire le lui eut lu mot à mot, et expliqué en langue vulgaire: Item dicit quod testamentum fuit lectum de verbo ad verbum coram ipso domino de Bellovidere, et materna lingua expositum (32 : Ibid. page 16, 2e colonne).
Ce passage sert évidemment à prouver ce qu'on ne saurait trop répéter, que le latin ne fut jamais la langue vulgaire des Gaules, ou tout au moins qu'il ne fut pas celle du peuple ni des seigneurs du Dauphiné. Ce n'est pas cependant que l'instruction y fût moins répandue que par-tout ailleurs; les troubadours de cette province rivalisent de réputation avec ceux des autres contrées méridionales; les seigneurs même se déclaraient hautement les protecteurs des lettres, et en 1278 Guillelmet, fils de Guillaume de Beauvoir, en prenant l'habit de cordelier à Die, se réserva dans son testament une somme de soixante livres viennoises pour acheter des livres (33 : Valbonnais, Histoire du Dauphiné, II, 18, note B).
Ainsi, dès le treizième siècle le goût des lettres était répandu dans le Dauphiné: la langue latine ne reprenait pas pour cela plus de faveur; et dans le quatorzième siècle, les moines étaient si peu familiarisés avec cette langue, qu'il fallut traduire pour eux en français les règles même de leur ordre. Ainsi le frère Thomas Benoît traduisit les règles de l'ordre de Saint-Augustin pour l'usage de son couvent, et en s'adressant à ses frères il leur dit:
“Pour l'amour de vous, très-chers frères,
En français ai traduit ce latin.
Jai mis ou langage vos mères
Les mandemens Saint-Augustin.
Et pour ce que la rieule Monsieur Saint-Augustin enseigne la droite voie du salut, laquelle, mes frères, vos avez enprinse ou pourmis à garder, laquelle chose serait à votre perdition, si bien ne la gardiez,
Garder ne la povez, si vous ne la savez,
Savoer ne la povez, si vous ne l'entendez.
Or sçai-je que plusieurs de vous n'entendent pas bien latin, auquel il fut chose nécessaire de la rieule entendre.
Si ai ladite rieule translatée en français au mieux que j'ai pu et sçu.”
 
Il résulte de cette citation que le latin était à cette époque très-peu connu dans la France. Il devait l'être encore moins dans le Dauphiné, puisque dès 1297, des actes publics y étaient écrits en français: tel est le traité d'alliance conclu la même année entre Humbert Dauphin, Léonette de Gex et Guillaume de Joinville, contre Amédée, comte de Savoie (34 : Ibid). Il en était de même dans les diverses provinces de la France, toujours empressées d'imiter la cour, puisqu'à la cour on écrivait en français, et que c'est en français que Philippe-le-Bel annonça en 1297, à Humbert Dauphin de Viennois, la trève conclue à Tournay avec les Anglais (35 : Ibid).
On ne doit donc pas s'étonner que le latin fût oublié au quatorzième siècle; dans le quinzième on refit les traductions du treizième, et dès- lors le français fut la seule langue parlée. A cette époque les monumens s'accumulent pour constater l'état de la langue. L'imprimerie en a reproduit beaucoup; et l'on peut indiquer comme un ouvrage utile celui qui contiendrait des remarques bien faites sur les révolutions de la langue française, prises sur chacun des mots et des tours qui lui sont propres, en remontant de l'époque où les chefs-d'œuvres de nos grands classiques français l'ont élevée à ce degré de perfection qui en a fait la langue de presque toutes les cours de l'Europe, jusqu'au serment de Louis le germanique, le plus ancien monument connu de la langue gauloise, romane ou française; car ces trois langues ont une origine commune; et comme toutes celles qui ont été parlées et écrites, elles ont été d'abord dénuées de pureté et d'élégance, et ont dû leur perfectionnement successif aux bons écrivains qui s'en sont servis et qui les ont soumises à leur génie; tant il est vrai que le génie des bons écrivains influe nécessairement sur celui de leur langue en la façonnant à leur goût, et en autorisant de leur exemple des exceptions qui, sur leur autorité, deviennent ensuite des règles. Tel fut sur la langue gauloise, romane ou française, l'effet des ouvrages mis au jour dans les différens siècles; tel fut encore le résultat de l'emploi de cette langue perfectionnée dans les actes du gouvernement français. La langue romane fut polie et elle est enfin devenue la langue française du dix-huitième siècle.
Mais ces deux circonstances principales n'ont pas eu le même effet sur la langue parlée
(36 : Dans plusieurs provinces ces circonstances n'ont eu aucun effet sur la langue écrite. Nous citerons à ce sujet l'ancienne province de Béarn, où, dans le dix-huitième siècle, il a fallu faire imprimer en langue vulgaire les ordonnances sur le règlement et la direction de la justice. (Voyez le Stil de la Justicy deu pays de Bearn, par Jérôme Dupoux. A Pau, 1723, in-4°),
 
et il a été moins sensible encore sur la langue d'une classe d'habitans
de la France, à mesure que cette classe a eu moins de rapports avec les grands, les fonctionnaires publics, les auteurs ou les livres; et tels sont en général les artisans qui n'ont besoin que de leur travail pour vivre, et les habitans de la campagne qui ne connaissent que ce qui les touche de près et qui s'imitent mutuellement. C'est surtout parmi le peuple des montagnes qu'un isolement constant entretient les anciennes habitudes de faits et d'idées, les préjugés comme les coutumes dues à des siècles de remarques et d'observations dont le principe est toujours le hasard.
C'est la langue de ces classes nombreuses qui a été presqu'entièrement étrangère au perfectionnement de l'ensemble, et qui forme la langue vulgaire des provinces; c'est à ces idiomes seulement que seront relatives les observations contenues dans la seconde partie de ce Mémoire; et pour le renfermer dans ses bornes naturelles, nous ne parlerons plus que des idiomes vulgaires du département de l'Isère.
Nous les considérerons dans leur ensemble par rapport aux élémens qui les constituent, c'est-à-dire, le celtique, le grec et le latin. Après ces observations générales, nous examinerons ces idiomes par rapport aux divers cantons du département, et nous terminerons par l'indication des principaux ouvrages manuscrits ou imprimés qui nous restent en ces divers patois.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nouvelles recherches sur les patois ou idiomes vulgaires de la France